Lapide posta in via Bassini 39

Nato a Fano (Ps) il 28 settembre 1909. Laureato in veterinaria e in chimica, dirigente comunista.
I genitori volevano che seguisse gli studi tecnici. Ma Bruno Venturini per non assecondarli preferì fare il garzone di barbiere. In seguito i suoi genitori lo convinsero a iscriversi al liceo scientifico che terminò dopo la leva.
A Bologna si iscrisse a Veterinaria e, nel 1930, a Fano, con un gruppo di militanti comunisti cominciò a svolgere attività antifascista clandestina. Stavano per dare alle stampe La Scintilla, un foglio d’opposizione, ma furono denunciati. Il Tribunale speciale li condannò a dieci anni di carcere.
Scarcerato nel ’37 riprense l’attività politica e gli studi. Laureatosi in veterinaria le autorità fasciste gli impediscono di esercitare la professione. Così torna agli studi e, nel 1942, si laurea in chimica, all’università di Camerino. Nello stesso anno si trasferisce a Milano fa parte del Comitato federale comunista. Nel 1943, sotto il nome di copertura di Gianni Bianchini, svolge un ruolo importante nella costituzione della prima organizzazione unitaria dell’antifascismo italiano: il Comitato nazionale d’azione antifascista, dal quale sarebbe poi nato il Comitato di Liberazione Nazionale.
E’ tra gli organizzatori degli scioperi del marzo 1943 e il 26 luglio, a Milano, tiene un comizio a nome del Partito comunista. Dopo l’8 settembre, organizza l’andata in montagna dei militari sbandati, dei ricercati e dei giovani renitenti.
Bianchini si sposta a Roma e svolge, in collegamento con Giorgio Amendola, attività politico militare nella settima Zona. Alla vigilia del Capodanno 1944, i fascisti arrestano sua moglie, Libera Callegari.
Rientra a Milano. Poi, ai primi di giugno del 1944, dirige la Federazione comunista di Venezia. Diventa ispettore del CLN regionale per le province di Vicenza e Treviso. Passa sull’altipiano del Cansiglio, come rappresentante del PCI presso la Divisione Garibaldi Nannetti e, dopo i rastrellamenti del settembre 1944, si trasferisce a Vicenza per dirigere quella Federazione.
Quando in Veneto arriva Giorgio Amendola, Bianchini è nominato vice comandante del CVL delle Tre Venezie. In tale veste fa la spola con Milano, per partecipare alle riunioni del CLN Alta Italia. Dopo un incontro a Milano con Luigi Longo, Bianchini è diretto a Padova. Arriva a Brescia ma, mentre attende un mezzo per proseguire il viaggio, è riconosciuto da una repubblichina di Fano riparata al Nord. La donna avvisa i fascisti di Brescia. Tenta di sottrarsi alla cattura ma una raffica di mitra lo uccide il 29 novembre 1944.

VENTURINI-BRUNOw

Al cimitero Maggiore (Musocco) di Milano, nel campo 64, vi è tumulata la sua salma.

A suo nome per molti decenni in Zona sarà operativa una sezione del PCI.
Il 24 maggio 1970, i fascisti bruciano la sua lapide in via Bassini.

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lapide innocenti

Questa lapide, dopo la chiusura dell’Innocenti, ora si trova sulla facciata dell’ingresso della sede CGIL, in via Conte Rosso, 30

Poloni Giovanni. Nato il 4.11.1894. Operaio dell’Innocenti al reparto minuteria. Viene arrestato il 10 marzo dalle SS, in quanto ha partecipato allo sciopero che il 1° marzo 1944 iniziò nelle grandi fabbriche di Milano, compresa l’Innocenti di Lambrate, contro l’occupazione nazi-fascista.
Insieme ad altri 13 compagni di lavoro dell’Innocenti (vd.), dapprima è condotto a San Vittore; poi alle carceri di Bergamo; infine è deportato a Mauthausen dove giunge il 20.3.1944.
Gli viene assegnato il numero di Matricola 59069.
E’ morto il 14.11.1944.

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carlobaldi_miniBaldi Carlo. Nato a Pieve San Giacomo (CR) il 7.5.1906. Lavora come lattoniere alla Breda, V° sezione aereonautica. Ultimo di sei fratelli, a 12 anni, orfano di madre, viene a Milano in cerca di lavoro. Ha abitato sino al suo arresto in via Carlo Forlanini, 23. Si è sposa con Luigia Piccoli e ha avuto una figlia: Ivana, nata nel 1935. Ha partecipato agli scioperi del marzo ’44 contro la RSI e l’occupazione nazista. I fascisti della Muti il 12 marzo lo vanno a cercare, nel pomeriggio, a casa. Non lo trovano ma non demordono; la notte ritornano e trovatolo lo portato nel carcere di San Vittore. Da qui è trasferito subito dopo alla caserma Umberto I, a Bergamo. Il 16 marzo 1944 viene deportato verso Mauthausen dove giunge il 20 aprile 1944. Lì diviene la Matr. 58684.
In data imprecisata giunge al campo di sterminio e lavoro di Gusen dove muore il 5.11.1944.
BALDIwUna lapide ne ricorda la memoria in via C. Forlanini 23.
A Sesto San Giovanni (Mi) nel Cimitero nuovo, piazza Hiroshima Hagasaki, sorge un monumento, sul quale compare il suo nome.
Il 5 ottobre 2013 nel giardino degli stabili Aler di via Forlanini 26, sono state collocate due panchine a disposizione dei residenti, che il comitato inquilini, promotore dell’iniziativa ha voluto dedicare a Lui e a Giuseppe Consoli, anch’egli abitante in quelle case, morto a Bad Gandersheim (Buchenwald). All’iniziativa hanno aderito lo Spi Cgil, l’Anpi della zona 3 e l’Aned di Milano.
La consegna delle due panchine, accompagnata da giochi per i bambini, è avvenuta nell’ambito del cosiddetto Party di buon vicinato, il secondo organizzato dal comitato inquilini per consentire agli abitanti, fra i quali anche numerosi immigrati, di incontrarsi, di conoscersi e di condividere momenti di socialità.


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Alle 11.14 fu dato un primo allarme, seguito da un secondo, alle 11.24. Alle 11.29 le prime bombe iniziarono a colpire parte della città: Lambrate Turro Gorla Precotto. Gli obiettivi erano le infrastrutture e le strutture produttive.
Alcuni gruppi di bombardieri americani avevano come obiettivo la Breda. Un primo gruppo sganciò le bombe sugli obiettivi prefissati; il secondo, nonostante la giornata fosse limpida e senza nebbia, “sbagliò” la rotta e il comandante della pattuglia se ne rese conto ma decise di sganciare sull’unico obiettivo rimasto: l’abitato di Gorla.
In quel mentre, dato che gli allarmi furono dati con un intervallo molto ravvicinato, le maestre della scuola elementare di Gorla pensarono che il secondo dov’essere essere inteso come un cessato allarme.
I bambini erano sulle scale, tra l’incertezza del personale scolastico che non sapeva decide se portarli o meno nel rifugio sotterraneo.
Una bomba centrò la tromba delle scale della scuola: 192 bambini perirono e con loro: la direttrice e 19 tra maestri e collaboratori.
Altri 17 piccoli morirono in quello stesso bombardamento. Complessivamente i morti quel giorno furono 614.

piccoli

Monumento ossario a Gorla

Sul luogo della strage sorge ora un monumento ossario. La testimonianza della sua edificazione è stata fornita a Achille Rastelli dalla signora Elisa Zoppelli Rumi.

(dal sito piccolimartiri.it riportiamo )

Per evitare che il tempo ne disperda il ricordo e per stabilire una volta per tutte la verità, io, che nella tragedia ho perso due figli, desidero raccontare la vera storia del Monumento ai “Piccoli Martiri di Gorla”. Il monumento ossario ai Piccoli Martiri della scuola di Gorla è sorto per volontà dei genitori delle vittime di quel tragico 20 ottobre 1944. Il terreno dove sorgeva la vecchia scuola, dopo la tragedia dove perirono i nostri cari figli, era stato messo in vendita dal Comune per la cifra di Lit. 6.000.000 (seimilioni) che, secondo quanto si diceva in giro, sarebbe stata utilizzata per la costruzione di un cinema. Lo ricordo con angoscia come se fosse ora; noi genitori, indignati, decidemmo di fare un esposto in Comune e istituimmo un comitato. Mio marito ed altri padri delle vittime si recarono a Palazzo Marino per ottenere la concessione del terreno sopra il quale sorgeva la scuola, ma poiché non si riusciva ad ottenerla, in quanto volevano effettivamente costruire un cinema, mio marito si alzò in piedi e disse queste testuali parole: “Ma la vita dei nostri figli vale dunque così poco?”. A questo punto il sindaco, avvocato Antonio Greppi, commosso, allargò le braccia e rispose: “Sono padre anch’io… fate del terreno quello che volete”. Così si ottenne non solo l’appoggio del Comune, ma anche del sindaco, che riconobbe ufficialmente il nostro comitato a tutti gli effetti. Questo comitato per le onoranze ai Piccoli Martiri era così composto: dottoressa Tita Montagnani (moglie del senatore Montagnani), avvocato De Martino (reduce da Mauthausen), dottor Mario De’ Conca, mio marito signor Luigi Rumi, signor Giovanni Zamboni e signor Gino Boerchi. Il desiderio di noi genitori era di erigere un Monumento Ossario per tenere uniti i nostri figli e ricordare al mondo il sacrificio di tante vittime innocenti della guerra. Una parte della popolazione di Gorla, invece, tra i quali il Parroco d’allora, osteggiava la costruzione di questo Monumento, dicendo che quello non era un luogo sacro e preferiva che, con i fondi che sarebbero stati raccolti, si fosse costruito un asilo in parrocchia. Noi genitori, compatti, ci adoperammo in mille modi per procurarci i fondi necessari per avviare i lavori. I padri cominciarono la pietosa opera di scavare fra le macerie della scuola ed a togliere ad uno ad uno i mattoni, alcuni dei quali riportavano tracce evidenti dell’accaduto. Ogni mattone, se era in buono stato, valeva due lire, se era rovinato una lira soltanto. Quante lire mi sono passate per le mani e quante ne ho incollate e riordinate, stirandole! Ma il ricavato della vendita era troppo poco. Cominciammo a raccogliere e vendere i tappi di stagnola delle bottiglie del latte, anche questo ricavato era insufficiente. Contribuimmo poi alle spese in parte anche noi genitori e quante privazioni subimmo, perché subito dopo la guerra la vita era molto cara e difficile per tutti. Intervenne allora la dottoressa Montagnani, che ci venne in aiuto organizzando al teatro alla Scala una serata di beneficienza e così poterono iniziare i lavori. Occorrevano però altri fondi e così la dottoressa Montagnani ci venne ancora in aiuto procurandoci del ferro, gentilmente offerto dalle Acciaierie Falck, in modo tale che il ricavato della vendita sarebbe servito per la prosecuzione dei lavori. La Rinascente, per la sua sede distrutta dalla guerra, avanzò del marmo di Candoglia e ce lo offrì: questo marmo venne utilizzato per l’approntamento dei loculi delle nostre vittime. Venne in seguito organizzato un concorso tra alcuni scultori per eseguire un bozzetto del Monumento da dedicare ai nostri bambini e fra questi scegliemmo quello più adatto, realizzato dallo scultore Remo Brioschi. Detto bozzetto raffigurava una mamma piangente sulle cui braccia distese è adagiato il figlioletto morto per la guerra. Questo scultore si commosse e ci aiutò: realizzò l’opera d’arte chiedendo un compenso minimo. I fondi erano però ancora insufficienti e decidemmo allora di far stampare alcune cartoline raffiguranti il bozzetto e di venderle nelle scuole con l’approvazione del Provveditore agli Studi, professor Mazzuccanti. Con molti sacrifici noi genitori ci autotassammo ancora per poter ultimare i lavori e allo stesso tempo dare un contributo per l’asilo della parrocchia. Finalmente il 20 ottobre 1947 si poté inaugurare il monumento, la cui madrina fu la dottoressa Montagnani, assistita dalla bambina Anna Maria Redaelli. I problemi però non erano finiti perché i responsabili dell’eccidio offrirono una forte somma perché il Monumento venisse demolito in quanto era una prova evidente del loro gravissimo sbaglio che li aveva portati a sganciare le bombe sulla scuola di Gorla invece che sullo scalo ferroviario di Greco. Nelle fondamenta del Monumento Ossario è stata posta una pergamena con i nomi dei fondatori del Comitato del Monumento ai Piccoli Martiri, oltre a quello del sindaco Antonio Greppi e di Tita Montagnani. A tutte queste persone, ormai quasi tutte decedute, sono subentrate nel Comitato i loro figli, aiutati dall’Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra che ogni anno, nella ricorrenza, organizzano la triste commemorazione. Con il passare degli anni, a poco a poco, dai vari cimiteri della zona fu possibile riunire le diverse cassettine ossario e, a gruppi, accompagnarle con cerimonia religiosa, ricoperte da drappi rosa o azzurri, al luogo della tumulazione. Ora da anni sono tutti riuniti con i loro insegnanti nel luogo dove perironi e chiedono che il loro sacrificio non sia stato vano, ma sia monito per allontanare lo spettro della guerra.

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L’ossario


Quest’anno la Giunta del Municipio 3 – come negli anni passati il CdZ3 –  con decisione presa il 7 ottobre 2016, ha nome del Municipio ha partecipato alla commemorazione: alla cerimonia erano presenti il presidente del Municipio 3, Caterina Antola ed è stata inviata una corona.
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18 ottobre 1944 FEDERICO MARESCOTTI

funerali del tenente partigiano Federico Marescotti, celebrati a Cromologno alla presenza di un picchetto d'onore svizzero

Funerali del tenente partigiano Federico Marescotti, celebrati a Cromologno alla presenza di un picchetto d’onore svizzero

Federico Marescotti Si laurea al Politecnico di Milano. Ingegnere, come il padre Cesare Marescotti (1884 – 1961) all’epoca vicerettore del Politecnico. Ventiquattrenne abbraccia la causa partigiana e muore appena superato il confine svizzero, tra la Valle Onsernone e il Comune di Craveggia, il 18 ottobre 1944.
I partigiani della Val Toce, appartenenti alle Brigate Fiamme Verdi, al comando di Alfredo Di Dio, l’8 settembre 1944 attaccano e sconfiggono le truppe fasciste di stanza a Domodossola e sull’esempio di altre zone liberate come la Repubblica del Corniolo, la prima repubblica partigiana nell’Italia del nord, cominciano a usare, per quelle terre liberate l’espressione di Repubblica dell’Ossola.
Il 10 ottobre i nazi-fascisti contrattaccano in forze. Nascono violenti scontri e quando la situazione volge al peggio per la Repubblica la popolazione abbandona la valle, per non subire le rappresaglie minacciate dai fascisti, e cerca di riparare in Svizzera.
Alla frontiera svizzera nel fondovalle, che si trova al confine tra la Valle Onsernone e il Comune di Craveggia (NO), v’è un pianoro, detto Bagni di Craveggia; non vi sono che un albergo, alcune casette e qualche cascinale. Nella notte tra il 13 e il 14 ottobre cominciano ad ammassarsi reparti della Perotti. Gli uomini sono in gran parte disarmati, con poche munizioni e svuotati di energie a causa delle aspre battaglie, delle arrampicate e della fame. Nei giorni che seguono altre squadre della Battisti, della Musatti e della Guardia Nazionale, si accampano nella zona. Numerosi sono i civili che, fuggiti da Domodossola e dai paesi della val Cannobina e della val Vigezzo, si aggregano ai gruppi partigiani in ritirata. Combattere da quella posizione e in quelle condizioni vuole dire andare incontro a morte sicura. V’è un’unica via di scampo: superare la linea di confine e rifugiarsi in Svizzera.
Ma la Svizzera è un paese non belligerante.
Il Comando svizzero di Frontiera autorizza lo sconfinamento di circa 250 civili, trasferiti nei campi di internamento; di alcuni partigiani feriti o ammalati curati negli ospedali. Ma ai partigiani la possibilità di esptriare è data solo se si trovano in pericolo di morte. Il governo della Confederazione da disposizioni per l’invio di rinforzi ai presidi di frontiera comandati dal cap. Tullio Bernasconi e ten. ing. Augusto Rima. I partigiani dispongono posti di blocco alla Bocchetta di S. Antonio e al valico di Pian del Bozzo. Un informatore comunica l’approssimarsi delle avanguardie nazifasciste. L’ing. Rima entra in territorio italiano e, pur contro le disposizioni superiori, si porta al Comando partigiano per informarlo della presenza del nemico in zona e per consigliarlo circa le posizioni da occupare e mantenere fino all’ultimo, in modo da dare tempo all’intero gruppo di prepararsi allo scontro e ai disarmati di riparare in Svizzera.
Il 18 ottobre 1944 alle prime ore del mattino circa 200 militi della Repubblica di Salò equipaggiati con di 5 mitragliatrici leggere e comandati dai fratelli Falangola e dal cap. Paolo Violante di Craveggia, sostenuti da una compagnia di SS addestrata alla guerriglia, non visti, si portano sulle alture che guardano Bagni di Craveggia; l’allarme viene dato dal posto di blocco di Pian del Bozzo. I partigiani hanno 31 fucili, 2 mitra: sono comandati da Federico Marescotti. Parte dei soldati svizzeri occupa la casa di una donna di nome Tarabori e da questa posizione, in territorio elvetico, seguono il succedersi degli scontri.
Il combattimento è ai limiti del confine e i fascisti sparano. Non vi è possibilità di resistere: anche i partigiani possono varcare il confine. Fra questi ultimi vi è Federico Marescotti che, appena superato il confine, è colpito da una raffica di mitra.
Il 23 ottobre tutto il territorio della Repubblica dell’Ossola ritorna in mano alle forze nazi-fasciste.

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Giuseppe Cristofari insieme ai fratelli Luigi e Mario fondò, nel 1928, a Milano, la casa editrice F.lli Cristofari con sede in via Canzio 10. Editavano libri scolastici. E due collane Libri di cultura e letteratura amena e Collana di traduzioni.
Giuseppe pur insegnando in diversi licei di Milano era la vera anima della Casa. Combatté nella prima guerra mondiale e organizzò delle cooperative combattentistiche. Il suo attivismo gli procurò la deportazione. E’ morto a Mauthausen il 10 ottobre 1944. In corso Plebisciti 15 vi è una lapide posta dove abitò.

CRISTOFARI GIUSEPPE

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CORTESE VINCENZO via San Faustino 44

Una lapide ne ricorda la memoria in via S. Faustino 44. Nel luogo dove fu ucciso.

Cortese Vincenzo. Nato a Milano il 05-10-1925. Operaio. A 18 anni si iscrive al Partito Comunista d’Italia. Entra nelle resistenza milanese e fa parte del I° distaccamento della 110ª brigata Garibaldi SAP (la prima ufficialmente costituita a Milano nell’estate del 1944).
Il 29 settembre 1944, insieme ad altri due compagni, tenta di disarmare un ufficiale tedesco e nella colluttazione che ne nasce, l’ufficiale è ferito con l’arma. I colpi attirano l’attenzione degli agenti del commissariato di via Clericetti. Nella sparatoria che ne nasce vengono feriti un milite e un commissario di PS e, anche, un bambino, Sergio Paolucci che si era affacciato al balcone. Cortese e gli altri due si allontanano in direzioni diverse. Una guardia giurata dell’Innocenti segnala la sua direzione di fuga. Individuato in via San Faustino, e senza munizioni, è ucciso. Il guardiano, pochi giorni dopo, paga con la vita la sua delazione.

CORTESE VINCENZO

Il suo corpo riposa nel cimitero di Musocco, campo 64

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Nell’inverno del 2015/16 la lapide posta sul luogo dell’uccisione di Cortese è stata tolta a opera dell’ANPI Ortica.  Ci è stato detto, perché quel muro doveva essere “ripristinato”. Ma così non è stato.
Non sappiamo che fine abbia fatto la vecchia lapide. Ma sulla casa della Cooperativa Edificatrice “Ortica”,  in via San Faustino 1, è stata affissa una nuova lapide che riproduce quanto scritto sulla precedente ma non v’è l’immagine di Cortese.
Poi, oltre a portare annualmente una corona, sotto la lapide, hanno posato una bacheca, sulla quale, periodicamente, affiggono la qualunque.

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Nato a Milano il 21.11.1889. Negli anni ‘20 era il responsabile delle luci del Teatro alla Scala. Persona abilissima nel suo lavoro e molto rispettata. Quando Mussolini salì al potere, Tanelli al posto che salire sul carro del vincitore, cercò di combattere con tutte le sue forze le prevaricazioni del fascismo. La sua casa in Via Botticelli a Milano era oggetto di continue irruzioni, tanto che sua figlia Giovanna, nata nel 1930, fu portata (neonata) dalle zie in provincia di Mantova perché potesse crescere lontano da queste violenze. Tanelli per quindici anni fece la primula rossa. Riunioni segrete, stamperie per propagande clandestine, arruolamento volontari. Perse il lavoro alla Scala e divenne un ricercato.
Quando il peggio sembrava passato, Aurelio insieme ad altri partigiani, fu riconosciuto da due militari tedeschi e messo al muro.
Una lapide lo ricorda in Largo Rio de Janeiro, 1.

TANELLI AURELIO

Il suo corpo riposa a cimitero Maggiore (Musocco) campo 64

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