18 ottobre 1944 FEDERICO MARESCOTTI

funerali del tenente partigiano Federico Marescotti, celebrati a Cromologno alla presenza di un picchetto d'onore svizzero

Funerali del tenente partigiano Federico Marescotti, celebrati a Cromologno alla presenza di un picchetto d’onore svizzero

Federico Marescotti Si laurea al Politecnico di Milano. Ingegnere, come il padre Cesare Marescotti (1884 – 1961) all’epoca vicerettore del Politecnico. Ventiquattrenne abbraccia la causa partigiana e muore appena superato il confine svizzero, tra la Valle Onsernone e il Comune di Craveggia, il 18 ottobre 1944.
I partigiani della Val Toce, appartenenti alle Brigate Fiamme Verdi, al comando di Alfredo Di Dio, l’8 settembre 1944 attaccano e sconfiggono le truppe fasciste di stanza a Domodossola e sull’esempio di altre zone liberate come la Repubblica del Corniolo, la prima repubblica partigiana nell’Italia del nord, cominciano a usare, per quelle terre liberate l’espressione di Repubblica dell’Ossola.
Il 10 ottobre i nazi-fascisti contrattaccano in forze. Nascono violenti scontri e quando la situazione volge al peggio per la Repubblica la popolazione abbandona la valle, per non subire le rappresaglie minacciate dai fascisti, e cerca di riparare in Svizzera.
Alla frontiera svizzera nel fondovalle, che si trova al confine tra la Valle Onsernone e il Comune di Craveggia (NO), v’è un pianoro, detto Bagni di Craveggia; non vi sono che un albergo, alcune casette e qualche cascinale. Nella notte tra il 13 e il 14 ottobre cominciano ad ammassarsi reparti della Perotti. Gli uomini sono in gran parte disarmati, con poche munizioni e svuotati di energie a causa delle aspre battaglie, delle arrampicate e della fame. Nei giorni che seguono altre squadre della Battisti, della Musatti e della Guardia Nazionale, si accampano nella zona. Numerosi sono i civili che, fuggiti da Domodossola e dai paesi della val Cannobina e della val Vigezzo, si aggregano ai gruppi partigiani in ritirata. Combattere da quella posizione e in quelle condizioni vuole dire andare incontro a morte sicura. V’è un’unica via di scampo: superare la linea di confine e rifugiarsi in Svizzera.
Ma la Svizzera è un paese non belligerante.
Il Comando svizzero di Frontiera autorizza lo sconfinamento di circa 250 civili, trasferiti nei campi di internamento; di alcuni partigiani feriti o ammalati curati negli ospedali. Ma ai partigiani la possibilità di esptriare è data solo se si trovano in pericolo di morte. Il governo della Confederazione da disposizioni per l’invio di rinforzi ai presidi di frontiera comandati dal cap. Tullio Bernasconi e ten. ing. Augusto Rima. I partigiani dispongono posti di blocco alla Bocchetta di S. Antonio e al valico di Pian del Bozzo. Un informatore comunica l’approssimarsi delle avanguardie nazifasciste. L’ing. Rima entra in territorio italiano e, pur contro le disposizioni superiori, si porta al Comando partigiano per informarlo della presenza del nemico in zona e per consigliarlo circa le posizioni da occupare e mantenere fino all’ultimo, in modo da dare tempo all’intero gruppo di prepararsi allo scontro e ai disarmati di riparare in Svizzera.
Il 18 ottobre 1944 alle prime ore del mattino circa 200 militi della Repubblica di Salò equipaggiati con di 5 mitragliatrici leggere e comandati dai fratelli Falangola e dal cap. Paolo Violante di Craveggia, sostenuti da una compagnia di SS addestrata alla guerriglia, non visti, si portano sulle alture che guardano Bagni di Craveggia; l’allarme viene dato dal posto di blocco di Pian del Bozzo. I partigiani hanno 31 fucili, 2 mitra: sono comandati da Federico Marescotti. Parte dei soldati svizzeri occupa la casa di una donna di nome Tarabori e da questa posizione, in territorio elvetico, seguono il succedersi degli scontri.
Il combattimento è ai limiti del confine e i fascisti sparano. Non vi è possibilità di resistere: anche i partigiani possono varcare il confine. Fra questi ultimi vi è Federico Marescotti che, appena superato il confine, è colpito da una raffica di mitra.
Il 23 ottobre tutto il territorio della Repubblica dell’Ossola ritorna in mano alle forze nazi-fasciste.

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