SEBASTIANO SALA: IL COLLEZIONISTA

Non si è placata l’eco della notizia che una nuova ne giunse. Dopo essere stato accusato di falso ecco la nuova accusa di abuso di ufficio.
Lui risponde “Sono sereno oltre il livello minimo che serve per fare il mio lavoro”

 

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REGALI DI NATALE

Il 15 novembre il segretario del PD è arrivato a Lambrate con il “suo” treno. Ad accoglierlo vi era una sparuta pattuglia di supporter. La discesa del segretario a Lambrate aveva uno scopo preciso: quello di non incontrare i milanesi che all’ora del suo arrivo – come ha tenuto a precisare un pensionato – sono tutti a lavorare, ma di andare in via Valvassori Peroni 48 la dove c’è Zerogravity.
Chi ci legge sa di Zerograviy. E’ la palestra sorta per volontà di Andrea Poffe che senza chiedere aiuti pubblici ad alcuno ha costituito una associazione senza scopi di lucro; si è associato all’UISP per avere la copertura assicurativa degli iscritti; ha partecipato a un concorso pubblico per acquisire in comodato d’uso l’area su cui ha costruito la palestra; si è indebitato negli anni per quasi 4 milioni di euro e ha realizzato il suo sogno.
Renzi, innanzi a più telecamere che persone, ha dipanato un racconto magistrale: sembrava che la palestra fosse stata realizzata grazie all’interesse suo per le periferie.
Caterina Antola, presidente del Municipio 3, non è rimasta insensibile e, senza prevaricare il suo assessore allo Sport, Massimo Scarinzi, lo ha messo all’opera perché redigesse una proposta “meritevole di approvazione” nel solco della linea tracciata dal segretario.
Alle 15,30, di martedì 5 dicembre, mentre i milanesi lavoravano – compresi M. Scarinzi e A. Bruzzese – la giunta di Municipio 3, nelle persone di Caterina Antola, di fede renziana e Luca Costamagna anch’egli fedele al segretario e anche al presidente,  si è riunita e all’unanimità ha stanziato di devolvere 3.500 euro, IVA compresa, a Zerogravity in cambio di 400 pass di ingresso alla palestra, affinché 400 giovinetti delle scuole medie della zona possano, per un’ora, accedere gratuitamente alla struttura. Ciò significa che il pass copre anche l’assicurazione per ogni ragazzino.
Di certo i ragazzi delle medie della Zona 3 sono più di 400. Ma in tutta evidenza chi ha votato la delibera non è andato più in la del suo naso e pensava alla scuola media vicina a casa sua.

P.S. Per completezza riportiamo il testo della delibera di giunta. E’ reperibile sul sito del Comune di Milano al seguente link Christmas gravity

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ALLE VOLTE LA FRETTA E’ CATTIVA CONSIGLIERA

Era proprio necessario candidare a sindaco Giuseppe Sala, reduce da una gestione di Expo 2015 condotta all’insegna del “fare presto a tutti i costi”?

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IL CIMITERO SAN GREGORIO

La mostra che prosegue nella biblioteca Valvassori Peroni sino a fine settimana e oltre parla anche delle cascine di Lambrate. E due di queste portano il nome di: cascina San Gregorio vecchio e cascina Molino San Gregorio. E il santo da il nome, a porta Venezia, ad una via e a una chiesa che si affaccia sulla via omonima.
Ma via e chiesa sono state tracciate e sorte la dove un tempo vi era un cimitero che, indovinate un po’, si chiamava San Gregorio.

Il cimitero San Gregorio era proprio a ridosso del Lazzaretto. Durante le epidemia di peste che vi furono a Milano – dal 1576 al 1578 e dal 1629 al 1631 – vi trovarono sepoltura migliaia e migliaia di morti. All’epoca delle prime sepolture San Gregorio non era neppure un cimitero: era un campo rimediato alla bisogna. Qui venivano scavate larghe fosse e giornalmente a carri – vi furono periodi in cui i morti toccarono i 3000 al giorno – le salme e, talvolta, i corpi dei creduti morti, erano portate e sepolte con poca terra.
Bastarono pochi anni che il vento e la pioggia spazzarono via quella poca terra e per quasi un secolo quelle ossa sbiancate restarono esposte alla vista di chi passava.
Solo nel 1723 una pia confraternita pensò di comporre quei resti; eresse alla belle e meglio una cinta e il campo divenne più propriamente un luogo di devozione. Quel luogo prese il nome di Foppone o grande fossa.
Nel 1780, quando cessò l’uso di seppellire i morti nelle chiese, l’autorità comunale decise di decentrare i luoghi di sepoltura e ne sorsero 6. Uno di questi fu il Foppone che ufficialmente divenne il cimitero San Gregorio. Misurava 223, 37 mq. Ed era circondato da un’alta mura che di tanto in tanto crollava per lurghi tratti abbattuta dal vento e dalla pioggia o dai ladri che rubavano le croci.

Negli anni ospitò salme illustri, quali quelle di Andrea Appiani, morto nel 1802; Carlo Porta, morto nel 1821; Vincezo Monti, morto nel 1828 e ancora donna Paola Litta Castiglioni, amica del Parini, di Luigi Sacco che prosciugò le paludi di Colico e introdusse in Italia le vaccinazioni, di Felice Belotti; dei più non furono attribuibili i resti.
Nel 1866 parte del cimitero fu chiuso. Ma nel 1875 fu riaperto per poi essere definitivamente chiuso il 31 agosto del 1883. Da allora non vi furono più inumazioni. Le croci vennero tolte, ma non i morti. Le croci furono utilizzate in parte per la costruzione del forno crematorio e per i lavori di fognatura.
Negli anni successivi quel luogo andò perdendo il suo carattere sacro al punto che una parte dei terreni vennero coltivati a cavoli e in una parte v’erano scavi così che di tanto emergevano resti di salme.
Nel 1897 parte del cimitero fu affittato a un negoziante di cavalli. Di contro nel 1898 i sacerdoti Antonio e Giuseppe Videmari avanzarono la proposta di erigere su quel terreno un oratorio. Il Comune non fece sua la proposta ma sottoscrisse quella avanzata da don Luigi Casanova, allora rettore dell’Istituto dei sordo-muti poveri. Il suo progetto prevedeva di trasferire su parte di quell’area la Casa per le sordo-mute, istituita dalle suore canossiane, a San Michele alla Chiusa, e di realizzare: una Scuola per le figlie del popolo, un Oratorio festivo femminile e una Chiesa-ossario aperta al culto dei fedeli. I denari per fare fronte alle prime spese, compresa quella dell’acquisto di parte dell’area dell’ex cimitero – 12316,88 mq. a 10 lire il mq – furono raccolti dalla Commissione, tramite oblazioni, e il 26 maggio 1899, il Consiglio Comunale deliberò la vendita vincolandola agli scopi predetti. La chiesa-ossario è dedicata a S. Gregorio e lo scultore Achille Alberti ne realizzò una statua.
L’opera di edificazione iniziò nel 1903,  ovvero 20 anni dopo la chiusura del cimitero, così come prevedeva la legge.

 

 

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IL MUNICIPIO 3 E” LE GRANDI OPERE” REALIZZATE

Il 23 ottobre scorso avevamo scritto un articolo con lo stesso titolo (vd.) per mettere in risalto quanto sia “orientata al bene comune” la politica della giunta del Municipio 3. E come non si discosti dallo scimmiottare quella dei partiti che stanno in consiglio Comunale, in Regione o in Parlamento. E’ la politica della notizia strillata; dell’annuncio.
Quanto alla realizzazione di ciò che dicono che faranno pare non sia affare loro. La vie del Signore sono infinite quelle dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni. Io non giudico. Ma se non riesci a realizzare quello che dici di volere fare datti all’ippica, tralascia, fai altro, taci, non ammorbare la menti con parole mendaci. Non illudere. Non millantare. Non predicare se intorno a te crei solo deserto. Ritirati a vita privata. Non esibirti.
Dissodare un terreno, togliere sassi e tombini, concimare seminare innaffiare e curare che vi cresca dell’erba, è pratica non conosciuta dai politici. L’amministrazione pubblica da decenni ha eliminato la manutenzione di parchi, giardini e aiuole per affidarla alla logica mercantile dell’aiuola sponsorizzata; ha fatto dell’esproprio del verde pubblico a favore delle aree cani il suo tratto distintivo; pretende, se per disgrazia hai una pianta innanzi casa con un po’ di terra, che tu l’adotti pena la cattiva cura della pianta e il pantano al posto del prato.
Così è anche per quel fazzoletto di terra che sta davanti alla “ex casa” delle suore Francescane Missionarie di via Ponzio: doveva diventare un “prato verde” (decisione presa a fine estate dalla giunta di Municipio 3) e invece è, attenzionato così perché a 10 metri c’è il comando dei vigili che, per fortuna dei piccioni, impediscono di mettere la macchina sulla terra.
Inutile dire che per certi personaggi di Zona da più visibilità prendersela con gli idioti che hanno imbrattato il murales del cavalcavia di via Buccari piuttosto che con i piccioni che hanno mangiato le sementi. E’ più facile gridare al lupo al lupo che esercitarsi al tiro al piccione.

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PER CHI AMA LAMBRATE e la zona 3

Di seguito prendiamo spunto dalla prima scheda della mostra che si sta svolgendo nella biblioteca Valvassori Peroni, 56 – di cui abbiamo dato conto nei giorni precedenti – e ne riportiamo il titolo LAMBRATE NEL PERIODO DELL’AUTONOMIA AMMINISTRATIVA. Ma poi l’abbiamo trascritta a modo nostro, considerato che utilizziamo un mezzo diverso: internet. Speriamo di non avere fatto torto alla sua autrice (Rosa Gessa). Inoltre delle immagini che accompagnano il testo ne abbiamo estratta solo 1 per invogliarvi a vedere le altre di persona.

Lambrate si sviluppò attorno a due nuclei abitati: uno denominato Lambrate Inferiore (prossimo alla chiesa di San Martino formato dalle attuali vie Conte Rosso (ex Corso Vittorio Emanuele) Saccardo, Console Flaminio, Crespi, Pitteri) e l’altro Lambrate Superiore (limitrofo al “Dosso” che nel Seicento divenne per l’aristocrazia un luogo di villeggiatura, con la costruzione della villa delle “Rose” – di cui rimane solo il vestibolo – e di villa Folli (entrambe si affacciano ora sulla via Dardanoni); la Palazzetta o villa Busca Serbelloni in via Rombon e poi le attuali via Crescenzago,  Folli, Sbodio).

Prima del 1861, durante le dominazioni austriaca, francese e poi ancora austriaca sotto il Regno Lombardo Veneto, il comune subì diverse modifiche, integrando qualche frazione ma anche subendo la perdita dell’autonomia amministrativa durante la dominazione napoleonica, con la conseguente aggregazione a Milano; autonomia recuperata nel 1841, quando gli vennero aggregati i comuni soppressi di Casa Nuova e San Gregorio Vecchio con Acquabella, Bettolino, Casone e Malapianta. Secondo un successivo compartimento territoriale del luglio 1844, le frazioni erano le seguenti: Cavriano, Casoretto, La Rosa, San Gregorio Vecchio, Acquabella, Bettolino, Casone, Malapianta e Casanova.

Al momento dell’unificazione d’Italia il territorio di Lambrate si estendeva per circa 946 ettari e confinava a nord-ovest con Crescenzago e Milano, lungo il quartiere delle Rottole, a est con Segrate, a sud ancora con Milano e a sud-est con il comune di Mezzate; la frazione di Ortica era posta a sud-ovest, mentre a sud-est, si trovava la località di Villanda, comune autonomo fino al 1757. La popolazione era di 1.671 abitanti (864 maschi e 807 femmine), l’economia, come nella maggior parte dei comuni della pianura irrigua in provincia di Milano, era prevalentemente rurale, con terreni coltivati soprattutto a cereali e ortaggi, questi ultimi dislocati nella zona più vicina a Milano, dove i prodotti venivano smerciati.

Nei decenni successivi alla unificazione si registrò una continua crescita della popolazione, in particolare con il nuovo secolo e soprattutto nel decennio 1910-1920, tanto che alla vigilia della soppressione del Comune gli abitanti raggiungevano le 8.171 unità; il motivo di tale crescita non è da ricercare in una drastica trasformazione dell’economia, che rimase prevalentemente rurale, ma nel processo di urbanizzazione e di industrializzazione dei territori vicini con il conseguente trasferimento di popolazione operaia, in cerca di soluzioni abitative più economiche. Una conferma del profilo ancora prevalentemente rurale traspare in alcuni documenti conservati nell’archivio comunale, ad esempio nella descrizione delle strade comunali e vicinali, che richiamano nella toponomastica e nella descrizione un contesto agricolo, con i nomi delle cascine e dei mulini, che in quegli anni, ma ancora al momento dell’aggregazione, costellavano il territorio di Lambrate.

Osteria Battagliera quando non era ancora stata tracciata via Feltre

A proposito della Battagliera vi segnaliamo un articolo apparso sul Corriere della Sera il 24 aprile 1928

 

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29 novembre – 16 dicembre PER CHI AMA LAMBRATE…

E’ mostra che si presta a molteplici letture o visioni  quella presentata da oggi, alla Biblioteca Valvassori Peroni 56, a cura di Rosa Gessa responsabile della biblioteca  che, oltre al suo governo, coltiva la passione dell’essere archivista e ogni anni propone una mostra su Milano o, più in particolare, su Lambrate.
E una mostra didattica, dal titolo un po’ criptico – Sguardi verdi e azzurri su Lambrate: un percorso storico tra otto e novecento – ma dai contenuti stimolanti.
E’ una mostra agevole; suddivisa in sezioni con una ricca documentazione fotografica, ma non solo. Su un tavolo vi sono 4 opuscoli tematici tratti dall’archivio del Corriere della Sera che da soli volgono il prezzo dell’ingresso gratuito alla mostra.

La mostra si apre con la sezione Lambrate nella pittura lombarda tra i secoli XIX e XX con disegni e dipinti ad acquarello di Alessandro Greppi, Arturo Ferrari, Camillo Ghisi

Ingresso della così detta Villa delle Rose in via Dardanoni


per poi proseguire…
Ier sera vi è stato un episodio curioso. Un visitatore ha notato che la didascalia di una foto “Osteria della Pulce” era dissonante con quanto riportato nella foto stessa che riprendeva l'”Antica Osteria della Pulice”.

In soccorso è intervenuta una ricerca su internet o meglio un link
http://www.officinadellostorico.it/percorsi/acque-i-campi-e-acque-i-panni-tracce-dellantico-mestiere-dei-lavandai-tra-porta-venezia-e
nel quale si riferisce che in via dei Lavandai, oggi via Giuseppe Balzaretti, v’era una cascina denominata Pulice o Pulce, il cui rogito fu portato a termine nel 1853.

via dei Lavandai, oggi via Giuseppe Balzaretti

Che poi la cascina sia stata anche una osteria ben siam contenti per i suoi avventori.

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29 novembre – 16 dicembre SGUARDI VERDI E AZZURRI SU LAMBRATE

UN PERCORSO STORICO TRA OTTO E NOVECENTO
Mostra documentaria a cura i Rosa Gessa responsabile della biblioteca Valvassori Peroni

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