Ieri sera, c’è stato il Consiglio di Municipio 3, o meglio è stato sospeso per mancanza del numero legale.

I fatti.  Prima del Consiglio c’è stata la riunione dei Capigruppi.
La maggioranza ha proposto di fare il/i Consigli di luglio online onde risparmiare l’energia elettrica consumata dai condizionatori. Portata in aula è risultato che l’idea non era praticabile: il regolamento prevede che lo svolgimento del Consiglio online è possibile solo in casi eccezionali.
Il gruppo di Fratelli d’Italia, per dimostrare che aveva a cuore il risparmio energetico ha proposto che il Consiglio si svolgesse spegnendo il condizionatori e parimente di procedere in egual modo anche nelle sedute di luglio. I Capigruppi riuniti si dichiarano d’accordo.
Ma la politica non ha fatto i conti con la burocrazia. La funzionaria comunale interviene e sostiene che non era possibile spegnere l’aria condizionata!
Stupore.
Il Consiglio inizia e discute una proposta di installazione di stalli di bicicletta, in vari punti della Zona.
Fratelli D’Italia, ripresosi dallo stupore, presenta la proposta di spegnere i condizionatori. La maggioranza ha dato per buono ciò che ha detto la funzionaria comunale. La minoranza, per coerenza e, forse, anche per calcolo, ha deciso di non proseguire il Consiglio e di abbandonare l’aula, trovando assurdo che non si potesse proseguire la seduta senza i condizionatori. Così facendo ha fatto mancare il numero legale. Non per suo merito ma per demerito della maggioranza; perché invece di avere in aula 21 consiglieri ne aveva solo 15. E per essere valido un Consiglio di Municipio deve avere la presenza minima di 21 consiglieri.

Detto questo la domanda è:
i condizionatori installati negli uffici del Municipio 3 sono attivi 24 ore su 24?
A nostro parere, di certo, la Presidente del Consiglio di Zona, la giunta Municipale, la Presidente del Consiglio di Municipio 3, i consiglieri di maggioranza e opposizione dovrebbero verificare se l’impianto di raffrescamento e quello di riscaldamento, non solo del Municipio 3 ma di tutti gli uffici Comunali del Municipio 3 siano conformi alla normativa vigente e permettano un  risparmio energetico adeguato.
E ne diano conto ai cittadino. Solo così risulteranno, ai nostri occhi, credibili. Perché andare in vacanza a luglio, seguire i lavori del Consiglio on line, con l’aria condizionata accesa in casa, non costituisce un risparmio energetico e permette a chi è collegato on line di ottenere il gettone di presenza!

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Il Memoriale  inaugurato alla presenza di Aldo Aniasi, già sindaco di Milano, oggi si trova in uno stato di incuria: abbisogna di manutenzioni. Le lapidi sulle quali erano incisi i nomi dei 576 combattenti per la Libertà, oltre ad essere seminascoste da arbusti sono ormai scrostate e molti dei nomi sono illeggibili, La scalinata che porta al monumento realizzato nel 1983 dallo scultore Mario Robaudi, – aveva lo studio, in una cascina in fondo a via Corelli, * –  abbisognano, anch’essa, di manutenzione. A tale incombenza  provvedeva la Provincia di Milano ora è in capo alla Città Metropolitana che ha come sindaco Giuseppe Sala che è anche sindaco di Milano.
E Milano è Città medaglia d’Oro della Resistenza.
 Ma forse il sindaco non lo sa!
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Questo articolo prende spunto (a sua insaputa) da quanto ha scritto
Roberto Cenati – Presidente Anpi Provinciale di Milano sul sito facebook Circolo Ortica.
Va da sé che il nome dell’attuale sindaco di Milano e di Città Metropolitana, compare solo nel ns. scritto.
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Elenco dei 576 combattenti per la Libertà

*Il sindaco Albertini o forse la sindaca Moratti pensò di disfarsene vendendola a BNL Paribas Italia.
Mio padre un grande scultore trattato come un robivecchi

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Sono passati 45 anni, era l’inverno del ’77, quando una trentina di ragazzi per nulla politicizzati  – erano gli anni di piombo –  si riunivano in largo Murani e decisero di realizzare un festival con musica, mostre e performance per due giorni, polizia permettendo. (L’anno prima c’era stato l’ultimo festival di Re Nudo, al parco Lambro).
In mezzo alla piazza costruiscono un areostato per appendervi le foto dei viaggi per il mondo che tanti di loro facevano con autostop o inter-rail e cominciano a disegnare un progetto di murales: quello che nei due anni successivi sarebbe poi diventato il Murales di Largo Murani del Gruppo Areostato.
La festa finì due giorni dopo con la polizia a multare di 250mila lire l’unico maggiorenne, di  4, trovati a dormire sulle panchine.
Nel tempo i ragazzi furono aiutati a realizzare i murales*.
Il primo “quadro” approvato è stato capo Wolf un indiano in puro stile prateria urbana; poi venne Jimi Hendrix per ricordarne la memoria: nel maggio del 1968, suonò a Milano; poi fu la volta della copertina dell’album Atom Heart Mother dei Pink Floyd, con la mucca in leggero rilievo dal muro che si volta e ti guarda; infine venne il sole che ride e dice “energia nucleare no grazie”, probabilmente il primo simbolo della lotta antinucleare in Italia. Il simbolo – nato in Danimarca nel 1975 – era stato portato dalla Germania da uno del gruppo ed era più che mai d’attualità visto che in Italia dal 1977 è in costruzione la prima centrale nucleare a Montalto di Castro.
Ai murales si aggiungerà, un cormorano sporco di petrolio a ricordare il disastro ecologico della Exxon Valdez che sta cola a picco.
Un paio di anni fa Io e il Legno ha lasciato l’immobile sul quale campeggiava il murales.
Tale immobile è stato comperato da Esselunga (Per inciso – è notizia di oggi – la figlia più giovane del fondatore di Esselunga Marina Sylvia, da 1 anno amministratrice di Esselunga, si è ricomperata i muri, per 435 milioni, del 32,5% di La Vilata Immobiliare, quota che aveva Unicredit, e così il real estate è al 100% della famiglia Caprotti) .
Marina vuole trasformare l’immobile di largo Murani in un supermercato; vuole cancellare il murales e sostituirlo con delle immagini di Maurizio Cattelan  e Pierpaolo Ferrari, probabilmente tratte dalla loro rivista Toilet Paper (Carta da Gabinetto): un nome non proprio indicato per un supermercato!
Ieri in largo Murani si è svolta una manifestazione, partecipata, convocata da 4 donne, una delle quali nel 1977, aveva 17 anni, e ha partecipato alla festa.

Loro si sono augurate che Marina, riconsideri il suo progetto: perché quei murales sono storia e attualità: anticipano di decenni temi che ancora oggi sono irrisolti: la libertà delle minoranze etniche, le sfide ecologiche, le sfide nucleari, la bellezza della musica. Sono arte pubblica non solo carta da gabinetto! Sono gli antesignani della street art non a fini di lucro.
Quelle donne sono coscienti che esistono perizie di “fior di esperti” che dicono che i murales non sono recuperabili.
Balle siamo la patria del restauro. L’ultima cena è stata restaurata, la Cappella Sistina … Pompei ecc… Che sarà mai restaurare una storia di 45 anni che ancora ci fa riflettere sul nostro destino ed è storia per gli abitanti della piazza, del quartiere, della Zona, della Città?

Su Cheng.org è stata lanciata una petizione per salvare i murales.
Posizionatevi sulla scritta Cheng.org e arriverete alla pagina della petizione

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Questo articolo trae spunto ( a sua insaputa) da un articolo di Claudio Jampaglia apparso su Radio Popolare.
* La testata dell’articolo raffigura il Murales.
Chi li aiutò fu anche Paolo Rosa (1949-2013), tra i fondatori nel 1982 di Studio Azzurro, collettivo di ricerca artistica che esplora le possibilità poetiche ed espressive delle nuove tecnologie), e l’artista Antonio Miano.
Rosa e Miano, allora insegnanti in Hajech, avevano … ispirato i ragazzi del gruppo Aerostatico di Largo Murani.
Centro propulsore dell’iniziativa, la Fabbrica di Comunicazione di San Carpoforo (luogo straordinario che dal 1976 al 1978 vide passare tra gli altri John Cage, l’Odin Teatret, David Cooper), sede del Laboratorio di Comunicazione Militante, che ebbe Paolo Rosa tra i suoi protagonisti. “La convinzione del gruppo è quella di un diritto sociale all’arte che implica la conoscenza, l’invenzione e la produzione e il non essere più solo ricettori di quanto viene prodotto”, Angela Madesani – Artribune 23/8/2013.

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Da qualche giorno un nuovo cartello stradale fa bella mostra di sé all’ingresso del parco Lambro, all’altezza di via Feltre 75.
Probabilmente l’amministrazione comunale ha consultato il bollettino meteo da qui alle prossime Olimpiadi invernali del 2026 – se ci saranno considerato che Sala,Zai&C. hanno scritto a Draghi dicendogli che “non ci sono soldi né sponsor” – in ogni caso l’amministrazione comunale si è portata avanti!
Un altro cartello indica il significato di quello prima riportato: è redatto in cinque lingue rigorosamente europee. Sarà una Olimpiade “autarchica” dei solo dei paesi che condividono i valori dell’occidente?

Ma, a parte questa opera pubblica, ieri v’è stata l’inaugurazione del sentiero intitolato a Walter Bonatti. Per l’occasione l’amministrazione comunale non ha neppure ripristinato i cestini dei rifiuti che una volta erano stati installati lungo il sentiero!

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Non esperti delle dinamiche in cui vive il mondo dell’arte moderna anni orsono, quando per la prima volta abbiamo visto “la casa con i rossetti” ci eravamo fatti alcune domande. Ora la casa e i suoi autori Maurizio Cattelan e il fotografo Pierpaolo Ferrari ci hanno preso gusto e via Balzaretti è diventata… guardate le foto.
P.S. Se volete potete posizionarvi su ciascuna e ingrandirla

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Sul New York Times Fonti di intelligence si chiedono come stia davvero procedendo il conflitto, al di là dei post di Zelensky.
Il nodo missili e tank

DA Il Fatto Quotidiano
autore Fabio Mini

Per quanto riguarda l’intelligence e la guerra in Ucraina, ai nostri leader e rappresentanti istituzionali impegnati in viaggi della speranza (finché c’è guerra c’è speranza) non sembra essere stato di molto aiuto l’articolo del New York Times – noto disinformatore putiniano – pubblicato giusto prima delle loro partenze (8 giugno). Citando fonti delle principali agenzie informative americane, il NYT metteva in evidenza già nel titolo che “gli Stati Uniti non hanno una chiara visione della strategia di guerra ucraina”. Poteva suonare come un garbato “cosa venite a fare?” o un avvertimento su più realistiche aspettative e infatti, secondo gli esperti interpellati, “il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha fornito sui social media aggiornamenti quasi quotidiani sull’invasione russa; video virali hanno mostrato l’efficacia delle armi occidentali nelle mani delle forze ucraine; e il Pentagono ha tenuto regolarmente briefing sugli sviluppi della guerra. Nonostante il flusso di tutte queste notizie verso il pubblico, le agenzie di intelligence americane hanno meno informazioni di quanto vorrebbero sulle operazioni ucraine e possiedono un quadro molto migliore sulle forze armate russe, sulle loro pianificazioni, i loro successi e fallimenti”.

È OVVIO che i governi nascondano informazioni al pubblico per motivi di sicurezza: “L’Ucraina vuole presentare un’immagine di forza ai propri cittadini e ai partner più stretti e non vuole condividere informazioni che possano suggerire un indebolimento della propria risolutezza, o dare l’impressione di non poter vincere”. Ed è comprensibile che le autorità ucraine “non vogliano dare informazioni che possano indurre gli Stati Uniti e i loro partner occidentali a interrompere il flusso di armi”. Il problema, secondo il NYT, è che senza tali informazioni gli stessi partner non sanno bene che aiuti dare all’Ucraina e soprattutto non ne conoscono i risultati e le prospettive. Di fatto, non è preoccupante la negazione delle informazioni al popolo, anche se non è più “bue”, ma quella rivolta ai policymaker (istituzionali e non, parlamentari, politici, influencer, ecc.) che devono sostenere e autorizzare i decision maker e che si vedono costretti ad affidarsi soltanto a ciò che dice e non dice Zelensky sui social, nelle videoconferenze, con i video virali, i briefing preconfezionati e le dichiarazioni ideologiche destinate al pubblico interno e internazionale. E infatti “queste lacune informative all’interno del governo americano potrebbero rendere più difficile per l’amministrazione Biden decidere come indirizzare gli aiuti militari mentre invia miliardi di dollari in armi all’Ucraina”. L’amministrazione Biden sta dotando l’Ucraina di nuove capacità belliche, come i sistemi di lancia razzi multipli, “senza avere un quadro completo della strategia e della situazione militare dell’ucraina”. “Se la comunità dell’intelligence non riuscisse a presentare al pubblico o al Congresso un quadro più completo sulle prospettive militari dell’Ucraina – ha detto Beth Sanner, ex funzionaria di alto livello dell’intelligence – potrebbe esserci un costo da pagare. Se la Russia avanza, l’incapacità di comprendere lo stato delle forze armate ucraine potrebbe esporre l’intelligence all’accusa di non aver fornito ai policymaker un quadro completo”. “Ci è stato detto tutto sugli obiettivi russi e le loro prospettive di raggiungerli, ma non si è parlato della capacità ucraina di sconfiggerli. A mio avviso, non parlandone pubblicamente, ci stiamo preparando a un altro fallimento dell’intelligence”.
Dopo il football, addossare le colpe all’intelligence è lo sport preferito degli americani e non solo, ma in questo caso sembra che quella statunitense se le vada a cercare. “La segretezza dell’Ucraina ha costretto i funzionari militari e dell’intelligence statunitensi a cercare di apprendere ciò che possono da altri Paesi che operano in Ucraina, dalle sessioni di addestramento con gli ucraini e dai commenti pubblici di Zelensky”. Si può solo sperare che ci sia del sarcasmo in questo. L’intelligence americana è costretta a prendere informazioni da altri paesi presenti in Ucraina? Vale a dire Polonia, Gran Bretagna e altri che non hanno gli stessi interessi statunitensi? O dai russi stessi? O dai paesi della Nato che vivono esclusivamente d’intelligence americana? E deve basarsi sui video di Zelensky?

IN REALTÀ, l’intelligence sa molto più di ciò che dice di sapere e di ciò che dice Zelensky. Sa valutare la differenza fra propaganda e informazione e di certo ha riferito ciò che sa alle autorità da cui dipende. Se queste ascoltano o no è un altro problema. Per quanto riguarda il “pubblico” e i policymaker la situazione è diversa: in effetti sono esposti alle narrazioni piuttosto che ai fatti e sono vulnerabili perché non sufficientemente attrezzati per conoscere, oltre alle anche i limiti della propaganda e i pericoli dei suoi eccessi. In ogni caso, il “rimedio” di salvaguardare la sicurezza pubblica negando l’evidenza e le informazioni quasi sempre si rivela peggiore del male. A questo pensa chiaramente il NYT che anticipa il blame game (il reciproco biasimo) o lo scaricabarile, che normalmente scatta quando le cose vanno male, dando voce a chi nell’ambito dell’intelligence percepisce il disagio o addirittura il disastro. “Abbiamo ricevuto dal governo ucraino pochi briefing classificati o dettagli sui piani operativi, e i funzionari ucraini hanno riconosciuto di non aver detto tutto agli americani”. “Quanto sappiamo davvero di come sta andando l’ucraina?”, ha detto la Sanner, “Potete trovare una persona che vi dica con sicurezza quante truppe ed equipaggiamenti ha perso l’ucraina?”. “Gli Stati Uniti forniscono regolarmente all’ucraina aggiornamenti di intelligence quasi in tempo reale sulla posizione delle forze russe”, eppure, “anche nelle conversazioni ad alto livello con il gen. Mark A. Milley, capo degli Stati Maggiori congiunti, o con Lloyd J. Austin III, segretario per la Difesa, i funzionari ucraini condividono solo gli obiettivi strategici, non i piani operativi dettagliati”. Vale a dire le chiacchiere, le speranze e le pretese. Ma anche qui non si può chiedere trasparenza e razionalità a un Paese che si trova invaso e in guerra per una logica di puro azzardo. È probabile che l’Ucraina non abbia nemmeno mai avuto un piano di difesa dall’invasione e si sia concentrata sulla ripresa della Crimea e del Donbass contando sui nostri piani (Usa e Nato) per trarne vantaggio. L’ucraina non fornisce informazioni sulle proprie perdite e sul reale sviluppo delle operazioni, ma la Defense Intelligence Agency (Dia) le possiede già e a modo suo lo dice. “Ad esempio, [essa] stima che il numero di soldati ucraini uccisi in azione sia simile a quello della Russia (35-40 mila invece di 11mila?), ma l’agenzia ha un livello di fiducia molto più basso nella stima delle perdite ucraine”. In pratica, se l’ucraina non si fida degli americani, la Dia non si fida dell’ucraina e non ritiene attendibili le sue stime sulle proprie perdite che potrebbero essere pericolosamente molto maggiori.
L’AMMONTARE delle perdite ucraine non è rilevante solo dal punto di vista umano, militare e materiale. Esso riguarda le prospettive dell’ucraina di sostenere l’attuale tasso di perdite e di raggiungere lo scopo dichiarato di riprendere con le armi i territori occupati dalla Russia; riguarda le prospettive di Stati Uniti e alleati di essere coinvolti in un conflitto che molti auspicano sia di lunga durata e che quindi vada “aiutato”, che altri vogliono terminare al più presto con un’azione di forza diretta contro la Russia e che altri ancora, i russi, sono disposti ad allargare a tutta l’Europa e oltre ricorrendo anche alle armi nucleari. Dal NYT vengono i primi segnali distonici tra gli Usa e l’ucraina, ma anche tra il Pentagono e il Dipartimento di Stato che negli ultimi vent’anni ha profuso miliardi e sforzi nella formazione di vari governi ostili alla Russia anche chiudendo occhi, naso e orecchi di fronte ad apparentamenti imbarazzanti, e sottovalutando le reazioni russe. Ora Biden afferma che è l’Ucraina a dover decidere il proprio destino ed eventualmente negoziare. Resta da vedere cosa fare degli accordi scritti dai nazionalisti ucraini e sottoscritti dagli Usa che prevedono la riconquista con le armi della Crimea e del Donbass. D’altra parte, iniziare a scaricare responsabilità e colpe su Zelensky è il più facile dei giochi. Si è talmente speso nella propaganda che può essere anche ritenuto l’unico responsabile dei suoi guai e di quelli in cui questa guerra ha cacciato il resto del mondo. Tuttavia non è facile prendere le distanze dall’Ucraina facendo credere che Zelensky abbia ideato, avviato, diretto ed eseguito da solo la più grande operazione d’influenza strategica mai intrapresa per trascinare l’occidente in un conflitto armato regionale e persino globale. Le campagne interventiste che hanno portato alle guerre mondiali e a quelle successive impallidiscono di fronte all’efficacia dell’“operazione Ucraina” avviata dagli Usa e sostenuta dalla Nato e dall’unione europea. Un’operazione rivolta al “nemico” tentando di “vaccinare” i propri cittadini e i propri policymaker dal virus della disinformazione russa iniettando i virus di altrettanta disinformazione e imponendo l’isolamento con il lockdown cerebrale. Un’operazione da tempo pianificata, ma incurante del fatto che i “vaccinandi” godono di istituzioni democratiche e sono tecnologicamente e culturalmente evoluti nonché, loro malgrado, smaliziati in materia di propaganda bellicista. In questo senso, è diritto-dovere fondamentale di tutti i policymaker pretendere informazioni corrette e non spot propagandistici. Ed è diritto-dovere di tutti i cittadini giudicare i policy e decision-maker sulla base dei risultati delle loro azioni e non delle divagazioni oniriche. Dice un adagio americano: “Una visione senza un piano è un sogno, un piano senza visione è un incubo”. Forse il Dipartimento di Stato lo ha dimenticato o si è dimenticato di insegnarlo agli ucraini, che ora barcollano tra sogno e incubo. E noi con loro.

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Al Parco Lambro, entrando da via Feltre 75,  il 20 giugno alle ore 10,30,  sarà intitolato – su suggerimento di Aldo Faleri dell’ Osservatorio Culture e Sport Alpini (OCSALP)  – in occasione del recente decennale della morte della leggende dell’alpinismo: Walter Bonatti (22.06.1930 –  13 settembre 2011) il percorso che permette di salire sino alla cima della collinetta del parco Lambro (141 m). Nell’occasione sarà presente Reinhold Messner che ha reso omaggio a Bonatti con il film-documento Fratelli si diventa, realizzato insieme ad Alessandro Filippini e Fredo Valla. (Peccato che il Comune non abbia pensato di proiettarlo nella sala Stefano Cerri, presso la biblioteca Valvassori Peroni).

Le Olimpiadi del 2026 sono alle porte e Milano avrà altre occasioni per proporcelo!
Di seguito riportiamo “W COME WALTER” film biografico  raccontato e diretto dalla moglie Rossana Podestà (1934 – 2013), regia di Paola Nessi.

PRIMA PARTE

SECONDA PARTE

TERZA PARTE

QUARTA PARTE

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P. S. Se vi posizionate su una immagine potete Ingrandirla

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