Intervista a Massimo Merlo

Non è uno scoop. Massimo Merlo è uno dei 4 operai che salirono sul carroponte della INNSE di via Rubattino, nell’agosto del 2009, per rivendicare dignità e non elemosinare ammortizzatori sociali ma lavoro.
Dei lavoratori della INNSE ne stiamo ancora parlando. La loro vicenda, non era e non è una bella storia dove al padrone cattivo è subentrato il padrone buono e tutti vissero felici e contenti.
Ridimensionata nei numeri dei lavoratori coinvolti la loro storia apparentemente si sta ripetendo. Ma in modi più drammatici e violenti.
Violenti perché invece dei manganelli il nuovo padrone usa gli avvocati; perché oltre ai partiti anche il sindacato li ha lasciati soli.
Come sapete il figlio di Attilio Camozzi, il padrone buono, lui morto, ha licenziato 4 lavoratori, tra cui Massimo Merlo.
Il tribunale sino ad ora ha riconosciuto illegittimo il loro licenziamento, avevano fatto ricorso. Non ha potuto procedere al loro reintegro perché, grazie al governo Monti, la legge è cambiata. Il terzo operaio, che parimenti s’è opposto al licenziamento,  andrà a giudizio per l’ultima udienza il 14 novembre.
Anche noi alle volte siamo condizionati dai nostri schemi mentali, dei nostri stereotipi. Abbiamo parlato con Massimo Merlo alcune volte e al conoscere alcune sue storie di vita siamo rimasti spiazzati. Così come nel leggere oggi questa intervista, del 2009 (vd.).
La vita è bella perché è più complessa e varia di quanto ce la immaginiamo. Buona lettura, se volete.

Nota:
Da qualche mese seguiamo le vicende della INNSE e dei suoi operai. A beneficio nostro e vostro abbiamo realizzato una cronologia, ancora incompleta, nel tentativo di spiegarci e spiegare quel che succede in via Rubattino. INNSE Via Rubattino

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Silvano Genta (Foto tratta da Panorama)

Silvano Genta rilevò la Innse presse perché godeva di entrature politiche; perché avrebbe goduto delle agevolazioni che la legge gli concedeva e perché nel suo campo non era un pivello: il capannone custodiva un tesoro: le macchine. E dopo due anni avrebbe potuto licenziare i lavoratori e venderle guadagnando milioni di euro.
In una lunga intervista rilasciata a Panorama, subito dopo la vendita dell’azienda (11 agosto 2009), si rimproverò del fatto che: avrei dovuto stare dentro (la fabbrica N.d.R.) fino a che le macchine non fossero state trasferite agli acquirenti.
E ancora Mi sono fidato delle istituzioni. Ho sempre eseguito le istruzioni, fino all’ultimo giorno. Ci sono state molte parole d’onore non mantenute.
A suo dire: dei 50 occupati 26 sarebbero andati in pensione direttamente dalla mobilità. A 14 avevamo trovato un impiego in Lombardia con le stesse mansioni e lo stesso stipendio. Gli altri 9 sarebbero stati ricollocati dalla Provincia.
Ma al di là delle sue rivelazioni/recriminazioni, soprattutto c’è stata una variabile che né lui né i suoi “padroni” avevano considerata: la resistenza dei dipendenti alla sua lettera di licenziamento.
Nota
Per conoscere la reazione dei dipendenti abbiamo scritto una cronologia INNSE via Rubattino.
Salvatore Genta è stato dipinto nelle cronache come l’imprenditore cattivo. Mentre Attilio Camozzi, che gli subentrò, come l’imprenditore buono: colui che salvò l’azienda e …
Ma la storia va avanti non in modo lineare. Se volete sapere che fine hanno fatto gli operai della INNSE e l’azienda potete leggere la cronologia INNSE via Rubattino.

 

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NASCITA DELLA INNSE

L’origine dell’INNSE l’abbiamo ricavata dall’archivio storico dell’IRI il quale documenta che:
– Società Siderurgica milanese spa costituita il 22 ottobre 1968 con sede a Roma assunse la denominazione di Innocenti meccanica spa nel 1971. Fusa nella Santeustacchio spa a seguito di una delibera assembleare del 26 aprile 1972.
– Società anonima Stabilimenti di S. Eustacchio costiuita a Milano il 22/03/ 1930 con sede a Brescia. Poi Innocenti Santeustacchio spa il 27/4/1973. Poi Innse Innocenti Santeustacchio spa il 30/3/1982.
Il Corriere della Sera l’11 gennaio 1973 così scriveva:
19730111

Poi venne la stagione delle privatizzazioni con Romano Prodi.

L’INNSE E’ VENDUTA ALLA MANNESMAN DEMAG AG

Nel 1995, la INNSE è venduta alla Mannesman Demag AG, del gruppo Mannesmann.
Nel 1997, sulla base di un accordo di programma tra Comune di Milano, Regione Lombardia e Ministero dei Lavori Pubblici, fu deciso che l’area sulla quale sorgeva la fabbrica sarebbe rimasta a uso industriale sino a quando chi la gestiva ne manteneva la sua vocazione produttiva.

L’INNSE CONFLUISCE NELLA SMS DEMAG

Nell’aprile 1999 la Mannesman fece confluire la INNSE nella neonata SMS Demag costituita in joint-venture con SMS Schloemann-Siemag.
I
l 4 agosto 1999 la SMS Demag comunicò alla RSU la decisione che avrebbe chiuso l’officina, con la fine dell’anno, perché in Germania ne aveva una eguale. Ma avrebbe tenuto in Italia il reparto di progettazione.
La RSU disse: non ve la faremo chiudere. E alle parole seguirono le azioni: i manufatti in uscita vennero bloccati; in quel periodo era in produzione una importante commessa della SUMITOMO, con tempi di consegna tassativi.
Dopo alcuni mesi di scioperi e blocco in uscita del materiale finito la SMS desistette dall’idea di chiudere e  propose la vendita.
Nel novembre di quello stesso anno al ministero dell’Industria la SMS firmò un impegno a trovare un acquirente che assumeva tutti gli addetti alla produzione e garantiva di non ricorrere a licenziamenti collettivi per tre anni, dalla sua data di ingresso in fabbrica. In base a tale impegno furono fatti accordi su cassa integrazione e mobilità.

L’INNSE E’ COMPERATA DALLA MANZONI GROUP S.P.A

Nel maggio del 2000 la fabbrica passò alla Manzoni Group s.p.a.. Il beau gest della Manzoni Group, fruttò al suo presidente, Lucia Alborghetti Manzoni, il premio Belisario quale manager dell’anno 2000.(1) Meno note sono le facilitazioni che ottenne:  assunse tutti gli addetti facendoli passare dalla mobilità, ottenendo così 18 mesi di sgravi fiscali, pari a quasi la metà dello stipendio di ognuno; la SMS oltre a pagarle il subaffitto del capannone (di proprietà della Aedes) le pagò anche il riscaldamento e si offrì di fornirle nel trienni successivo: 150.000 ore di commesse. La Manzoni Group forte di quelle che aveva in portafoglio non accettò l’offerta.
La nuova proprietà si era obbligata a mantenere in organico la forza lavoro che era della SMS. Ma non mantenne i patti: 5 lavoratori non furono “assunti”. Intervenne il giudice e i 5 furono reintegrati. Dopo 3 giorni dal loro reintegro licenziò 2 delegati sindacali: Vincenzo Acerenza e Dario Comotti. Questa volta  non vi fu bisogno del giudice perché fossero reintegrati: tutti i lavoratori scesero in sciopero e la Manzoni Group fu costretta a revocare i licenziamenti. (Giova ricordare che la Manzoni Group non desistette dal proposito di liberarsi dei due sindacalisti e offrì loro una ragguardevole somma di denaro: loro sono rimasti, la Manzoni Group non c’è più).
Nel 2001, dalla fabbrica uscirono 49 presse e 20 carri. Il risultato fu ottenuto con ore di straordinario e ricorso a subappalti.
Ma nel 2002 cominciarono i problemi. Le presse che la Manzoni aveva prodotto risultarono difettose: l’azienda ne produceva di due tipi: da 5000 o da 15000 tonnellate e quelle che fornì – di entrambi i tipi – a una ditta francese di automobili risultarono non conformi alla bisogna: erano state prodotte con gli stessi spessori di lamiera e con le stesse saldature, con conseguenze facilmente immaginabili. Ne nacque un contenzioso. L’azienda andò in crisi di liquidità e la Manzoni Group s.p.a. mise i lavoratori della INNSE presse in Cassa Integrazione Ordinaria, senza accordo sindacale.
La situazione andò rapidamente deteriorandosi. Venne nominato un liquidatore e il 3 giugno 2002 questi convocò l’assemblea dei dipendenti per comunicare loro che la INNSE presse era in amministrazione straordinaria.
Nel dicembre dello stesso anno il tribunale di Lecco, prima sezione, dichiarò lo stato di insolvenza della Manzoni Group s.p.a..(2,3)
Gli operai della INNSE da 100 passarono a 70.
La INNSE presse continuò comunque la sua attività, seppure in uno stato di solidità precaria. Era comunque una fabbrica con grandi macchine: torni, alesatrici, ponti gru da 250 tonnellate e gli operai avevano un alta professionalità. Era una realtà capace di produrre presse, carri e turbine di grandi dimensioni. Una fabbrica con strutture e tecnologia che la mettevano in grado di fornire impianti per industrie siderurgiche, tubifici, laminatoi.
Per questo si fecero avanti dei compratori.
Nel luglio del 2004 il commissario governativo Guido Pucci fu contattato da Mario Nespoli della Oam che dichiarò la sua disponibilità a rilevare l’azienda a condizione che gli fosse concesso di ridurre il numero degli operai da 70 a 30: offerta respinta.
La Camozzi da poco aveva rilevato dalla Manzoni Group la INNSE Macchine Utensili s.r.l rinominata poi INNSE BERARDI e fu  sollecitata a formulare una offerta (non è dato di sapere se la 
formalizzò. Di certo la Camozzi si trovò ad affrontare una causa promossa da due dirigenti della INNSE Macchine Utensili s.r.l. perché non erano stati assunti dalla nuova società e dovette assumerli). Si fecero avanti la Scolari di Cinisello o la Bruno Presezzi di Ornago. Fu ipotizzato un consorzio di imprese con aziende omogenee che potessero rilevare la INNSE. Ma l’ostacolo insormontabile con cui i potenziali compratori si dovettero confrontare, e che nessuno superò, era dato dalla esosità dell’affitto del capannone di Aedes. In quanto società immobiliare quotata in borsa i suoi interessi erano altri: e non è da escludere che forse mirava a mettere in discussione l’accordo sottoscritto dagli attori politici circa i destini dell’area su cui sorgeva il capannone. Aedes non aveva alcun interesse all’attività produttiva del capannone: la sua priorità era che l’area divenisse edificabile.

L’INNSE E’ COMPERATA DA SILVANO GENTA

Per una strana coincidenza del destino tra i compratori della INNSE spuntò anche Silvano Genta. Il 13 giugno 2006 fu accompagnato in Prefettura dall’ex ministro Roberto Castelli che lo accreditò come imprenditore credibile. Egli di mestiere è un venditore di macchine, come quelle che ci sono all’interno della INNSE. Ma la cosa risultò secondaria rispetto al piano industriale che presentò e che gli venne approvato. Con 700mila euro comperò tutte le macchine presenti nel capannone e riuscì a superare l’ostacolo dell’esoso affitto del capannone di AEDES, forse accreditandosi con la società per quel che era, e l’Aedes, diversamente dai politici, capì che quello poteva essere il suo uomo. Di certo diventò il nuovo padrone della INNSE.

Nota
Per conoscere come si è sviluppata nel tempo la vicenda della INNSE abbiamo scritto una cronologia INNSE via Rubattino
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1) In occasione del conferimento del premio il Corriere della sera celebrò l’imprenditrice quasi 77seienne e 3 anni dopo la intervistò nell’imminenza del suo ottantesimo compleanno e riportò una sua amara dichiaraziome: la crisi dell’azienda era dovuta “a certe persone che ho avuto attorno” .
2) MANZONI GROUP TRIBUNALE DI LECCO
3) E il 25 gennaio 2017 lo stesso tribunale ha emesso il DECRETO CHIUSURA MANZONI GROUP

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Il 6 ottobre presso il Tribunale di Milano – Sezione Lavoro Civile si è svolta la III° udienza che vedeva contrapposti Dario Comotti ricorrente contro la INNSE Milano resistente. La questione dibattuta era relativa al licenziamento intimato dalla INNSE Milano a Dario Comotti.
Con sentenza depositata oggi  n.rg. 6203/2017 il Tribunale ordinario di Milano – Sezione Lavoro Civile, nella persona del giudice dott. Tullio Perillo, ha emesso la seguente ordinanza:


Per quanto detto, il licenziamento per cui è causa va dichiarato illegittimo, non già, tuttavia, per insussistenza del fatto posto alla base del recesso (essendosi già valorizzato il dato oggettivo circa l’effettiva soppressione delle mansioni del ricorrente) ma per violazione dell’onere di repêchage.
Pertanto, dichiarato estinto il rapporto di lavoro secondo le previsioni dell’articolo 18, comma 5, L. 300/70, INNSE MILANO SPA va condannata al pagamento in favore del ricorrente di una indennità risarcitoria che, alla luce della rilevantissima anzianità del lavoratore e delle significative dimensioni dell’attività economica aziendale, va riconosciuta nella misura massima di 24 mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto…

Di seguito riproduciamo la sentenza riservandoci di commentarla. Nella sentenza viene ricordato che altri lavoratori sono stati licenziati dalla INNSE al pari di Dario Comotti e, aggiungiamo noi, in data 3 ottobre il Tribunale di Milano per quanto riguarda Massimo Merlo ha dichiarato il suo licenziamento “ingiustificato e pertanto illegittimo”.
Il 14 novembre Vincenzo Acerenza è convocato  in Tribunale, perché, al pari dei due colleghi ha impugnato il suo licenziamento. Nota
Per capire meglio la storia di questo licenziamento avvenuto nei confronti di un lavoratore che  nell’aprile dell’anno prossimo sarebbe dovuto andare in pensione abbiamo scritto una cronologia sull’azienda in cui lavora: INNSE via Rubattino

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Questo è l’albero piantato in via Benedetto Marcello, di fianco al Liceo Volta e dinanzi alla fontana a suo tempo realizzata in ricordo di 3 “martiri della rivoluzione” fascista. Foto Corriere della sera

Il 23 maggio 1993, nel primo anniversario della strage di Capaci, “anche Milano ha celebrato l’anniversario della morte del giudice Falcone, della moglie e della sua scorta. A un anno dall’attentato. un albero in memoria del magistrato è stato piantato ieri mattina in un’aiuola di fronte al liceo Volta, in via Benedetto Marcello. All’iniziativa hanno aderito, tra gli altri, la Rete, la Legambiente e l’associazione studentesca A sinistra. Dopo la cerimonia, un corteo guidato da Salvatore Borsellino, fratello del giudice Paolo, ha raggiunto il centro e si è concluso con un comizio in piazza Mercanti“. (Corriere della Sera)
All’epoca Milano non aveva un sindaco ma un commissiario straordinario,  Claudio Gelati, dato che l’allora sindaco, Giampiero Borghini, aveva dato le dimissioni a seguito delle inchieste di Mani pulite.
Al commissario succedettero il sindaco leghista Marco Formentini e poi Gabriele Albertini (FI e PDL).

 

 

Il 23 maggio 1998 la società civile pose innanzi all’albero un manufatto in cemento con l’immagine di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e rinominò l’albero con il nome dei due magistrati e, per non dimenticare, riportò sulla targa anche i nomi di tutti coloro che perirono nelle due stragi mafiose.
Nel 2002, a 10 anni dalla strage di Capaci e della morte di Paolo Borsellino, il  Consiglio comunale votò una delibera per intitolare i giardini su cui era stato piantato l’albero.
Dovettero passare altri 8 anni prima che i politici dessero corso alla delibera votata e “sfidassero” la mafia; ci volle un nuovo sindaco: Letizia Moratti. Nell’imminenza di quella intitolazione, avvenuta non certo nottetempo ma in una data in cui Milano non era di certo popolata, il 19 luglio 2010, finiani e AN non mancarono di fare polemiche strumentali.
Falcone e Borsellino comunque sorridono. In quel luogo, innanzi a loro, v’è una fontana retaggio di un regime passato.
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Nella ricostruzione di questo luogo della memoria colpisce, ma non stupisce, che questa storia sia declinata tutta al maschile. Nella prima foto compare un nome: Francesca Morvillo. Era la moglie di Giovanni Falcone ed era come lui e Borsellino un magistrato. Ed è l’unica magistrato donna uccisa, in Italia.

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Quasi due anni orsono avevamo dato notizia che in via Rombon e in piazza Gobetti sarebbero stati installati 2 nuovi WC automatici in sostituzione di quelli già installati. Naturalmente siamo stati smentiti. E il motivo indiretto di tale non decisione già ci era stato anticipato da chi manuteneva questi WC automatici, installati a Milano.
Allora ci venne detto che in via Benedetto Marcello erano giunte segnalazioni alla Polizia Municipale di un uso improprio di quel WC: pur essendo programmato allo stesso modo di tutti quelli presenti in città – con 10 centesimi di euro la porta del WC si apre e chi vi entra può “sostarvi” sino a un massimo di 20 minuti: così è temporizzata l’apertura automatica della porta – in quel caso era diversamente utilizzato.
Per chi conosce la zona non è difficile capire quale fosse l’uso improprio. E per restare alla metafora quel WC era, ormai da anni, una “casa di appuntamenti”.
Orbene alcuni giorni or sono sulla porta del WC e a lato della stessa erano stati affissi due cartelli che riportavano la seguente scritta “SERVIZIO IGIENICO CHIUSO PER ORDINE PUBBLICO”.
Oggi quei due cartelli sono stati “rimossi” da mano ignota ma incapace di scardinare l’armatura montata sulla porta, metafora di una inviolabilità conquistata.

Il WC chiuso per ordine pubblico e il giovane musulmamo che ignaro degli usi dell’occidente, col viso rivolto alla Mecca, prega.

Ma benedetto Comune avete avuto anni per realizzare una soluzione che non facesse regredire la zona al medioevo: possibile che non l’abbiate trovata?

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La prima volta che siamo entrati nella scuola per l’infanzia di via Benedetto Marcello 9 erano in piena attività per le vaccinazioni. Siamo riusciti a rubare alcuni minuti alla segretaria per chiederle notizia sulla scuola, considerato che eravamo stupiti nel vedere che si sviluppava in verticale. La nostra meraviglia era stata anche la sua quando, 10 anni or sono, prese servizio. Ma superata la sorpresa aveva cercato di scoprire chi e quando la scuola era stata costruita. Ma nessuno lo sapeva. Al più qualche nonno racconta che l’aveva frequentata. Di certo la scuola ha il piano interrato allagato. Il custode che abitava all’ultimo piano, in un appartamento con una vista mozzafiato, non c’è più: ora vi è il magazzino. Nonostante richieste e segnalazioni la manutenzione è sempre alla rincorsa del guasto che si crea.
Detto questo la decisione di costruire la scuola materna di via Benedetto Marcello 9, ora denominata scuola d’infanzia, fu presa dalla Giunta Comunale, nell’ultima seduta prima delle ferie estive, il 5 agosto del 1955. Per l’opera furono stanziati quasi 100 milioni (1).
La scuola poi fu inaugurata l’8 dicembre del 1957 in un giorno in cui il presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi, inaugurò l’Istituto Cesare Correnti e vari assessori inaugurarono: 2 licei (uno dei quali era il Liceo Carducci),  2 scuole di avviamento professionale, 3 scuole elementari e 2 scuole materne una delle quali è quella di via Benedetto Marcello: altri tempi (2).
Il 19 dicembre 1956 quando la scuola materna era ancora in costruzione  il Corriere della sera ne descrisse le caratteristiche. Di seguito riportiamo un estratto dell’articolo
Come detto, l’8 dicembre 1957, la scuola è stata inaugurata. Ci auguriamo che il compimento del suo 60° compleanno sia degnamente festeggiato, con il contributo fattivo anche del Municipio 3, se non del Comune.
__________________
1) Corriere d’Informazione 6-7 agosto 1955
2) Corriere della Sera, 28 novembre 1957

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Il 29 settembre u.s. presso il Tribunale di Milano – Sezione Lavoro Civile si è svolta la III° udienza che vedeva contrapposti Massimo Merlo ricorrente contro la INNSE Milano resistente. La questione dibattuta era relativa al licenziamento intimato dalla INNSE Milano a Massimo Merlo (1).
Con sentenza depositata il 02/10/2017 n.rg. 6208/2017 il Tribunale ordinario di Milano – Sezione Lavoro Civile, nella persona del giudice dott. Fabrizio Scarzella, ha emesso la seguente ordinanza:
….
dichiara ingiustificato e, pertanto illegittimo il licenziamento intimato al ricorrente con comunicazione del 3.3.2017 e per l’effetto dichiara risolto il rapporto di lavoro alla data di efficacia del licenziamento e condanna Innse Milano spa, in persona del legale rappresentante pro-tempore, a corrispondere al ricorrente una indennità risarcitoria pari a 20 mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto percepita, oltre interessi legali e rivalutazione monetaria, oltre al rimborso dei compensi professionali liquidati in complessivi euro 2500,00, oltre accessori di legge;
restanti spese compensate tra le parti.

Di seguito riproduciamo la sentenza riservandoci di commentarla anche in considerazione del fatto che la INNSE ha proceduto a licenziare, con le stesse modalità,  Massimo Merlo, Dario Comotti (convocato per il 6 ottobre c.a. in Tribunale) e Vincenzo Acerenza (convocato per il 14 novembre c.a. in Tribunale).

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1) Massimo Merlo il 4 marzo u. s. ha ricevuto una raccomandata nella quale la INNSE di via Rubattino gli comunicava il suo licenziamento perché non aveva più bisogno della sua figura professionale: il collaudo d’ora sarebbe stato effettuato dagli operatori macchina. Ma ciò non corrisponde al vero perché a tutt’oggi coloro che stanno lavorando in azienda (12 persone)  non effettuano tale controllo.
Ma il suo licenziamento, secondo la tesi difensiva sostenuta dai suoi avvocati, oltre ha non avere una motivazione fondata su fatti aveva una motivazione sindacale.
Massimo Merlo è uno dei 4 operai salito sul carroponte nell’agosto del 2009. Era uno di coloro che avevano dettato alla politica, ai sindacati, a chi voleva comperare l’azienda le condizioni dell’accordo: semplici e irrinunciabili. Chi comperava doveva riassumere tutti i lavoratori e rilanciare l’azienda garantendo la continuità produttiva del sito di via Rubattino. Il compratore, Attilio Camozzi, sottoscrisse quel patto e fece anche mettere una clausola in cui si impegnava a mantenere sino al 2025 l’attività produttiva propria del sito.
Massimo Merlo all’epoca fu il fautore di quell’accordo, insieme ai suoi compagni che salirono sul carroponte, e di conseguenza si è sempre ritenuto moralmente il garante dello stesso.
Durante la prima udienza tenutasi al Tribunale del Lavoro di Milano il giudice chiese alle parti di cercare una conciliazione tra loro. Addirittura si spinse a suggerire all’azienda di proporre al Merlo la riassunzione dello stesso sino alla data del suo pensionamento, che dovrebbe avvenire il I° ottobre del 2018, previo impegno scritto da quest’ultimo a non opporsi al pensionamento in tale data.
L’azienda, tramite il suo avvocato, nell’udienza successiva, ha ribadito la volontà di procedere al licenziamento; ha dichiarato che all’interno del Gruppo Camozzi non vi era possibilità di reimpiego dello stesso e ha nuovamente offerto al Merlo una buonuscita.
Il Merlo ha rifiutato l’offerta economica per le ragioni sopra dette e anche perché in cuor suo è preoccupato per la sorte che potrebbe toccata ad alcuni operai che rientreranno  in azienda, a marzo dell’anno prossimo. Se accettava  il licenziamento, con la motivazione addotta dall’azienda, costoro potrebbero sentirsi dire guardate che: il Merlo ha preso un incentivo ed è andato in pensione. Noi abbiamo venduto la macchina su cui lavoravate e poiché all’interno dell’azienda non v’è alcuno idoneo a svolgere la funzione del Merlo siamo costretti a licenziarvi.
Nella terza udienza, tenutasi venerdì u. s., il giudice ha dato mezz’ora di tempo agli avvocati: quello della ditta Camozzi ha riconfermato le posizioni già espresse; quelli del Merlo oltre a sostenere nuovamente la motivazione che il licenziamento era da ritenersi fondato su motivazioni antisindacali hanno nuovamente sostenuto che la procedura di licenziamento era viziata dal fatto che non erano state rispettate quanto previsto dalla legge Fornero. L’azienda avrebbe dovuto comunicare alla Direzione Territoriale del Lavoro che aveva degli esuberi e pertanto voleva procedere a dei licenziamenti. La Direzione Territoriale del Lavoro convocate le parti verificava la fondatezza di quanto affermato dall’azienda e se vi è la possibilità di trovare un accordo. E se non trovato il licenziamento diveniva esecutivo e il lavoratore aveva la possibilità di richiedere e ottenere l’indennità di disoccupazione NASpl. Ma così non è stato.

Nota
Per capire meglio la storia di questo licenziamento avvenuto nei confronti di un lavoratore che  a ottobre dell’anno prossimo sarebbe dovuto andare in pensione abbiamo scritto una cronologia sull’azienda in cui lavora: INNSE via Rubattino

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