La primavera scorsa l’editore Taschen ha consegnato in libreria un libro dal titolo INGRESSI A MILANO o anche ENTRYWAYS OF MILAN
Abbiamo avuto la ventura di sfogliarlo partendo dall’indice e la prima cosa che ci ha colpito è che dei 144 Ingressi documentati quasi un terza è della nostra Zona. E a guardar bene, in modo cronologicamente dato – si va dal 1920 al 1970 – ciò permette di percepire come si è sviluppata nel secolo scorso questa parte di città.
Quel che colpisce è che noi comuni mortali d’innanzi a una pagina stampata, ad una fotografia, stupiamo anche perché il portone lo abbiamo visto ma non l’abbiamo mai varcato. E abituati al nostro ingresso mai avremmo immaginato.
Inutile dire che le note introduttive sono di aiuto per capire. E ogni scatto ha ulteriori note esplicative.
Il tutto ripaga l’occhio e l’editore (Prezzo del volume Euro 49,99). Ma per chi si è ridotto all’ultimo minuto…

Su internet abbiamo trovato solo alcuni INGRESSI riferiti alla nostra Zona

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E’ ufficiale: la mostra Sguardi verdi e azzurri su Lambrate: un percorso storico tra otto e novecento è prorogata sino al 27 gennaio 2018.
Il che ci da lo spunto per ringraziare Rosa Gessa, curatrice della mostra, che ci ha messo in contatto con Alessandro Tuzza, abitante della zona, il quale a proposito del Miralago oltre ad avere fornito alcune cartoline per l’allestimento della mostra, ci ha girato anche le altre che formano un unicum di 12.
Il formato è in scala ridotta ma confidiamo di poterle ammirare dal vivo, prima che la mostra finisca.

P. S. E’ possibile vedere le cartoline un po’ più ingrandite posizionando il cursore del mouse e premendo il tasto sinistro dello stesso.
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Riportiamo alcune note sul Miralago
All’inizio del XX° secolo, tra l’attuale piazza Monte Titano e piazza Udine, sino alle Rottole e oltre, si estendevano le proprietà dei F.lli Ingegnoli. Talmente radicati sul territorio che, uno di loro, il comm. Francesco Ingegnoli divenne sindaco di Lambrate nel 1914 e proseguì il suo mandato sino alla prematura morte nel 1919.
In quella campagna i F.lli ingegnoli trasferirono i loro vivai. E poiché v’era ricchezza d’acqua e numerose cave decisero di realizzare, intorno ad una di esse, un luogo di intrattenimento e svago: il
Miralago.
Aperto al pubblico dal 1928, lungo l’attuale via Ronchi, era dotato di bar, ristorante, birreria, campi da tennis, giardini, e il bacino era attrazzato con barche. Il Miralago era un centro di attrazione per tutti i milanesi, che vi si recavano nei mesi estivi nelle loro gite fuori porta (1).

La presenza di cave era a Milano piuttosto diffusa, risultato di quel processo di urbanizzazione in corso nell’intera città tanto da spingere alcuni a definire Milano “città di laghi”, fatti dagli “edili” più che dalla natura. Di certo quei “laghi” erano luoghi di refrigerio ma anche teatro di episodi tragici di annegamento. All’epoca oltre la cascina Melghera sorgevano, tra altri, due laghetti, uniti negli anni trenta e denominati “Lago Parco”, con a fianco il luna park, successivamente inglobato nel Parco Lambro. Dalle cronache del “Corriere” era possibile conoscere come “nacque” l’Idroscalo. Progettato negli anni trenta a seguito di una convenzione tra provincia di Milano e ministero dell’aeronautica; ubicato vicino al nuovo aeroporto; derivò da una cava dalla quale furono estratti i materiali per la costruzione della l’attuale Stazione Centrale, inaugurata nel 1931.

Il Miralago ebbe il suo periodo d’oro a cavallo tra le due guerre, con numerosi frequentatori in cerca di ristoro nell’ombroso ristorante, di incontri conviviali nel bar, di balli all’aria aperta, di spazi dove praticare sport, in primo luogo il canottaggio e il gioco del tennis, per i quali venivano anche organizzate apposite gare. Tutto il contorno era curato in ogni dettaglio, con addobbi floreali, naturalmente di provenienza Ingegnoli, vialetti con statue, terrazzi, imbarcaderi, cigni e pesci.

Vivace nei mesi estivi, durante l’inverno la località era meno vissuta. Ma non al punto da non richiamare l’attenzione della cronaca perché agli inizi del 1940 divenne teatro di un delitto che per anni fu seguito. Il colpevole fu individuato in Francesco Starace, nipote del gerarca Achille Starace – quello che vestì le “camice nere” e le organizzazioni giovanili fasciste con l’orbace – la vittima un imprenditore di Busto Arsizio.
La seconda guerra mondiale non risparmiò il Miralago. Durante l’occupazione nazista l’intera area venne requisita dai tedeschi (2).
Finita la guerra non riuscì a ritornare agli antichi splendori anche perché l’occupazione tedesca aveva lasciato in molti il sospetto che nel lago avessero trovato la morte numerosi oppositori del nazi-fascismo.
Anche per rispetto di quei morti la famiglia Ingegnoli decise di chiuderlo negli anni ’50.
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1) MIRALAGO
1) A proposito della occupazione tedesca del Miralago

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Simone Sollazzo

In data 11 dicembre Simone Sollazzo, Capogruppo del MoVimento5stelle in Consiglio  Comunale, a nome del gruppo ha inviato una lettera all’Assessore  Tajani per riportare all’attenzione sua e a quella della Giunta comunale il caso INNSE.

“Dall’ultimo scambio epistolare intercorso tra le parti a proposito del caso INNSE, e che risale ormai ad un anno fa, molti eventi si sono succeduti e avrebbero dovuto indurre oggettivamente l’Amministrazione Comunale a rivedere la sua posizione sul tema e mostrare un ruolo più attivo nella questione.
Si parte dalla decisione del giudice che ha rigettato i licenziamenti condannando la Camozzi al risarcimento, per arrivare allo stato di inefficienza in cui l’azienda versa attualmente a causa dei continui cambiamenti di programma che hanno portato al completo smantellamento del progetto iniziale su cui si basava l’accordo siglato tra Comune,Prefettura e Azienda.
Attualmente sono impiegati soltanto circa 10 addetti su gli originali 24 per il solo avvio
di una macchina che dovrebbe lavorare basi di alluminio e che al momento non risulta in
funzione perché non si è ancora riusciti ad avviarne un corretto funzionamento.
Siamo quindi ben lontano, a distanza di 8 anni, da quel livello di assunzioni su cui la
Camozzi si era impegnata; di contro il livello occupazionale si è dimezzato e un numero
consistente di lavoratori sono fuori dal ciclo produttivo; Con l’aggravante che nel
frattempo però l’azienda ha smontato e portato via buona parte delle macchine principali in contravvenzione agli impegni assunti e in totale deroga agli accordi sottoscritti che, ci
preme ricordare, prevedevano la restituzione della fabbrica nelle condizioni originali
qualora Camozzi non fosse riuscita a rispettare gli impegni sottoscritti.
Come da voi promesso ci saremmo aspettati una maggiore attenzione e vigilanza che lamentiamo non essere stata attuata per cui la situazione vi rende responsabili al pari della CAMOZZI del fallimento del progetto; ricordiamo ancora che per il rilancio della INNSE Camozzi è stata favorita ricevendo gratis l’intero manufatto ed in più 10.000 m2 che sarebbero dovuti servire per la movimentazione dei prodotti.
Ci aspettiamo quindi un pronto intervento da parte vostra che non si limiti a manifestazioni di intenti ma ad una più assidua sorveglianza; riteniamo doveroso nel rispetto dei contribuenti che questa amministrazione si faccia carico seriamente di convocare le parti e dirimere la questione in modo pragmatico anche in sede di commissione consiliare.
Da parte nostra c’è tutta la volontà di collaborare affinché si venga a determinare una
tanto agognata soluzione per la salvaguardia dei diritti dei lavoratori rimasti e
soprattutto di una eccellenza dell’industria italiana e milanese.
Certi della Sua comprensione, restiamo in attesa di un Suo riscontro scritto.
Cordiali saluti
Simone Sollazzo
Gruppo Consiliare MoVimento 5 Stelle
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A proposito di questa lettera, sul sito della INSEE, è comparso questo commento:… “L’assessore ha sempre appoggiato la politica pseudoindustriale della Camozzi, politica che con il passare del tempo si rivela sempre di più vessatoria nei confronti di operai e impiegati della INNSE: 3 licenziati; 2 anni di cassa integrazione; lo smontaggio e la probabile vendita di importanti macchinari (7 dentatrici); un programmata installazione di un nuovo macchinario che non sta funzionando – la nuova macchina doveva entrare in funzione nel mese di luglio e garantire una produzione nella lavorazione dell’alluminio. Ma, ad oggi, è ancora lontanissima dall’essere attiva. La macchina utensile presenta seri problemi di lavorazione meccanica e non riesce a garantire le specifiche richieste dal cliente. Questa è la politica industriale della Camozzi a cui l’assessore Tajani ha sempre dato credito, scontrandosi apertamente contro gli operai e gli impiegati della INNSE.

Comunque la pensiate – se volete farvi un’idea potete  leggere quanto abbiamo documentato in questi mesi INNSE – via Rubattino – loro: gli operai e gli impiegati della INNSE, da marzo di quest’anno, con tutte stagioni, stanno presidiando la fabbrica. E venerdì i licenziati i cassaintegrati e quelli che ancora lavorano, a mezzogiorno, faranno “sotto la tenda” il pranzo di Natale. A loro e a tutti Auguri.

 

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Non si è placata l’eco della notizia che una nuova ne giunse. Dopo essere stato accusato di falso ecco la nuova accusa di abuso di ufficio.
Lui risponde “Sono sereno oltre il livello minimo che serve per fare il mio lavoro”

 

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Il 15 novembre il segretario del PD è arrivato a Lambrate con il “suo” treno. Ad accoglierlo vi era una sparuta pattuglia di supporter. La discesa del segretario a Lambrate aveva uno scopo preciso: quello di non incontrare i milanesi che all’ora del suo arrivo – come ha tenuto a precisare un pensionato – sono tutti a lavorare, ma di andare in via Valvassori Peroni 48 la dove c’è Zerogravity.
Chi ci legge sa di Zerograviy. E’ la palestra sorta per volontà di Andrea Poffe che senza chiedere aiuti pubblici ad alcuno ha costituito una associazione senza scopi di lucro; si è associato all’UISP per avere la copertura assicurativa degli iscritti; ha partecipato a un concorso pubblico per acquisire in comodato d’uso l’area su cui ha costruito la palestra; si è indebitato negli anni per quasi 4 milioni di euro e ha realizzato il suo sogno.
Renzi, innanzi a più telecamere che persone, ha dipanato un racconto magistrale: sembrava che la palestra fosse stata realizzata grazie all’interesse suo per le periferie.
Caterina Antola, presidente del Municipio 3, non è rimasta insensibile e, senza prevaricare il suo assessore allo Sport, Massimo Scarinzi, lo ha messo all’opera perché redigesse una proposta “meritevole di approvazione” nel solco della linea tracciata dal segretario.
Alle 15,30, di martedì 5 dicembre, mentre i milanesi lavoravano – compresi M. Scarinzi e A. Bruzzese – la giunta di Municipio 3, nelle persone di Caterina Antola, di fede renziana e Luca Costamagna anch’egli fedele al segretario e anche al presidente,  si è riunita e all’unanimità ha stanziato di devolvere 3.500 euro, IVA compresa, a Zerogravity in cambio di 400 pass di ingresso alla palestra, affinché 400 giovinetti delle scuole medie della zona possano, per un’ora, accedere gratuitamente alla struttura. Ciò significa che il pass copre anche l’assicurazione per ogni ragazzino.
Di certo i ragazzi delle medie della Zona 3 sono più di 400. Ma in tutta evidenza chi ha votato la delibera non è andato più in la del suo naso e pensava alla scuola media vicina a casa sua.

P.S. Per completezza riportiamo il testo della delibera di giunta. E’ reperibile sul sito del Comune di Milano al seguente link Christmas gravity

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Era proprio necessario candidare a sindaco Giuseppe Sala, reduce da una gestione di Expo 2015 condotta all’insegna del “fare presto a tutti i costi”?

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La mostra che prosegue nella biblioteca Valvassori Peroni sino a fine settimana e oltre parla anche delle cascine di Lambrate. E due di queste portano il nome di: cascina San Gregorio vecchio e cascina Molino San Gregorio. E il santo da il nome, a porta Venezia, ad una via e a una chiesa che si affaccia sulla via omonima.
Ma via e chiesa sono state tracciate e sorte la dove un tempo vi era un cimitero che, indovinate un po’, si chiamava San Gregorio.

Il cimitero San Gregorio era proprio a ridosso del Lazzaretto. Durante le epidemia di peste che vi furono a Milano – dal 1576 al 1578 e dal 1629 al 1631 – vi trovarono sepoltura migliaia e migliaia di morti. All’epoca delle prime sepolture San Gregorio non era neppure un cimitero: era un campo rimediato alla bisogna. Qui venivano scavate larghe fosse e giornalmente a carri – vi furono periodi in cui i morti toccarono i 3000 al giorno – le salme e, talvolta, i corpi dei creduti morti, erano portate e sepolte con poca terra.
Bastarono pochi anni che il vento e la pioggia spazzarono via quella poca terra e per quasi un secolo quelle ossa sbiancate restarono esposte alla vista di chi passava.
Solo nel 1723 una pia confraternita pensò di comporre quei resti; eresse alla belle e meglio una cinta e il campo divenne più propriamente un luogo di devozione. Quel luogo prese il nome di Foppone o grande fossa.
Nel 1780, quando cessò l’uso di seppellire i morti nelle chiese, l’autorità comunale decise di decentrare i luoghi di sepoltura e ne sorsero 6. Uno di questi fu il Foppone che ufficialmente divenne il cimitero San Gregorio. Misurava 223, 37 mq. Ed era circondato da un’alta mura che di tanto in tanto crollava per lurghi tratti abbattuta dal vento e dalla pioggia o dai ladri che rubavano le croci.

Negli anni ospitò salme illustri, quali quelle di Andrea Appiani, morto nel 1802; Carlo Porta, morto nel 1821; Vincezo Monti, morto nel 1828 e ancora donna Paola Litta Castiglioni, amica del Parini, di Luigi Sacco che prosciugò le paludi di Colico e introdusse in Italia le vaccinazioni, di Felice Belotti; dei più non furono attribuibili i resti.
Nel 1866 parte del cimitero fu chiuso. Ma nel 1875 fu riaperto per poi essere definitivamente chiuso il 31 agosto del 1883. Da allora non vi furono più inumazioni. Le croci vennero tolte, ma non i morti. Le croci furono utilizzate in parte per la costruzione del forno crematorio e per i lavori di fognatura.
Negli anni successivi quel luogo andò perdendo il suo carattere sacro al punto che una parte dei terreni vennero coltivati a cavoli e in una parte v’erano scavi così che di tanto emergevano resti di salme.
Nel 1897 parte del cimitero fu affittato a un negoziante di cavalli. Di contro nel 1898 i sacerdoti Antonio e Giuseppe Videmari avanzarono la proposta di erigere su quel terreno un oratorio. Il Comune non fece sua la proposta ma sottoscrisse quella avanzata da don Luigi Casanova, allora rettore dell’Istituto dei sordo-muti poveri. Il suo progetto prevedeva di trasferire su parte di quell’area la Casa per le sordo-mute, istituita dalle suore canossiane, a San Michele alla Chiusa, e di realizzare: una Scuola per le figlie del popolo, un Oratorio festivo femminile e una Chiesa-ossario aperta al culto dei fedeli. I denari per fare fronte alle prime spese, compresa quella dell’acquisto di parte dell’area dell’ex cimitero – 12316,88 mq. a 10 lire il mq – furono raccolti dalla Commissione, tramite oblazioni, e il 26 maggio 1899, il Consiglio Comunale deliberò la vendita vincolandola agli scopi predetti. La chiesa-ossario è dedicata a S. Gregorio e lo scultore Achille Alberti ne realizzò una statua.
L’opera di edificazione iniziò nel 1903,  ovvero 20 anni dopo la chiusura del cimitero, così come prevedeva la legge.

 

 

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Il 23 ottobre scorso avevamo scritto un articolo con lo stesso titolo (vd.) per mettere in risalto quanto sia “orientata al bene comune” la politica della giunta del Municipio 3. E come non si discosti dallo scimmiottare quella dei partiti che stanno in consiglio Comunale, in Regione o in Parlamento. E’ la politica della notizia strillata; dell’annuncio.
Quanto alla realizzazione di ciò che dicono che faranno pare non sia affare loro. La vie del Signore sono infinite quelle dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni. Io non giudico. Ma se non riesci a realizzare quello che dici di volere fare datti all’ippica, tralascia, fai altro, taci, non ammorbare la menti con parole mendaci. Non illudere. Non millantare. Non predicare se intorno a te crei solo deserto. Ritirati a vita privata. Non esibirti.
Dissodare un terreno, togliere sassi e tombini, concimare seminare innaffiare e curare che vi cresca dell’erba, è pratica non conosciuta dai politici. L’amministrazione pubblica da decenni ha eliminato la manutenzione di parchi, giardini e aiuole per affidarla alla logica mercantile dell’aiuola sponsorizzata; ha fatto dell’esproprio del verde pubblico a favore delle aree cani il suo tratto distintivo; pretende, se per disgrazia hai una pianta innanzi casa con un po’ di terra, che tu l’adotti pena la cattiva cura della pianta e il pantano al posto del prato.
Così è anche per quel fazzoletto di terra che sta davanti alla “ex casa” delle suore Francescane Missionarie di via Ponzio: doveva diventare un “prato verde” (decisione presa a fine estate dalla giunta di Municipio 3) e invece è, attenzionato così perché a 10 metri c’è il comando dei vigili che, per fortuna dei piccioni, impediscono di mettere la macchina sulla terra.
Inutile dire che per certi personaggi di Zona da più visibilità prendersela con gli idioti che hanno imbrattato il murales del cavalcavia di via Buccari piuttosto che con i piccioni che hanno mangiato le sementi. E’ più facile gridare al lupo al lupo che esercitarsi al tiro al piccione.

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