TEODOSIO1

La lapide nel deposito ATM di via Teodosio ne ricorda la memoria

Nato il 23 settembre 1911. Usciere nel deposito ATM di via Teodosio. E’ morto il 7.11.1946 a seguito delle ferite riportate durante la lotta partigiana.
Oltre a questa lapide vi è un elenco di altri lavoratori dell’ATM caduti:
Brunoldi Ernesto 07.11.1946, Sirini Franco 01.01.1946, Nazzani Baldassarre 29.07.1945, Bonfantini Fernando 30.04.1945, Soriano Giuseppe 27.04.1945, Cesati Giuseppe 26.04.1945, Casadio Pietro 26.04.1945, Felisatti Teano 26.04.1945, Giotto Bruno 26.04.1945, Liberatore Battista 25.04.1945, Monti Erminio 22.04.1945, Gabrielli Fausto 21.04.1945, Platti Marco 17.04.1945, Tacconi Giovanni 16.04.1945, De Falco Ezio 08.04.1945

Pubblicato il da TWB | Lascia un commento

Alla fabbrica Innocenti di Lambrate il 1° marzo del 1944, alle 10 del mattino, iniziò lo sciopero, come nelle altre grandi fabbriche milanesi, contro l’occupazione nazi-fascista. Il 10 marzo le SS irrompono nello stabilimento, sparano a scopo intimidatorio, bloccano le uscite dalla fabbrica e radunano operai e impiegati nel piazzale dello stabilimento. Tredici operai vennero arrestati; tra questi:
BANFI GIACOMO. Nato a Greco Milanese il 19.6.1915. Attrezzista dell’Innocenti. Deportato n. Matr. 58687. Morto nel lager di Mauthausen il 18.5.1945. Tumulato nel cimitero del lager.

Pubblicato il da TWB | Lascia un commento
LORENZETTI ANDREA Corso Plebisciti 15

Lapide in corso Plebisciti 10

LORENZETTI ANDREA. Nasce a Ancona il 26.5.1907. Commissario di Borsa. Ispettore delle Formazioni Matteotti. Arrestato il 10.3.1944 a Milano. Incarcerato a San Vittore, viene tradotto nel campo di internamento di Fossoli prima di essere deportato a Bolzano. Muore nel lager di Gusen il 16.5.1945.

Pubblicato il da TWB | Lascia un commento
Mario Bobbio

Lapide in viale Maino 21

Bobbio Mario. Nasce a Milano il 3.9.1925. Studente del Politecnico. Milita nel Fronte della Gioventù. Ha con sé materiale di propaganda quando è arrestato, a Cavi di Lavagna, il 6 maggio 1944. Viene deportato nel campo di concentramento di Bolzano (1) il 22 ottobre 1944. Muore nel lager di Mauthausen l’11 maggio 1945.
Nel corso dell’inaugurazione dell’anno accademico 1946-47 il Politecnico di Milano gli ha conferito la laurea “ad honorem”.

(1) “… Nella primavera del 1944 l’attenzione di chi si occupava dell’assistenza e dell’evasione dei prigionieri politici si spostò dal campo di concentramento di Fossoli, alle porte di Carpi (Modena), a quello di Bolzano, dove venivano raccolti i patrioti, prima del loro arrivo ai campi della Germania. Fu anche per questo che «Maurizio» mi chiamò e mi incaricò di recarmi a Bolzano per un sopralluogo. Aveva avuto notizia che in quel campo di concentramento si trovavano molti compagni di Giustizia e Libertà, tra cui Roberto Lepetit e il figlio di un consigliere delegato dell’Edison, Bobbio. C’erano anche due miei cari amici della cellula creata, insieme a Sandro Migliazza e Mario Giuliano, nella università Statale di Milano allora in via del Conservatorio; e precisamente Piero Ziccardi e il giovane assistente Armando Sacchetta, che morì di cancrena nel campo di concentramento, in seguito all’amputazione di una gamba per ferita d’arma da fuoco….
Il punto di riferimento che mi era stato dato si rivelò eccezionale sotto tutti gli aspetti, quasi a significare quell’inesauribile fonte di liete sorprese che rimane, con tutti i suoi difetti, il nostro Paese. Si chiamava Ferdinando Visco Gilardi, alias «Giacomo»….
 Guidato da «Giacomo» potei fare una prima ricognizione del campo di concentramento. Rimasi sorpreso della relativa libertà di cui godevano quei prigionieri, che venivano portati fuori dal campo a coltivare degli orti nei pressi del cosiddetto «villaggio italiano». La scorta era formata da soldati anziani, palesemente richiamati e ritenuti inabili per il fronte. Dalla finestra del primo piano di una di queste minuscole casette intorno a via Piacenza, un’anziana signora parlava, talvolta in tedesco e talvolta in francese, con una internata, una figliolona assai spigliata, che mi dissero essere, la moglie austriaca di Indro Montanelli (Margarethe De Colins De Tarsienne). Scambiai anch’io qualche rapida e circospetta parola con due o tre prigionieri. Nel primo pomeriggio, la colonna degli internati, accompagnata dalla modesta scorta di territoriali, rientrava al campo di concentramento, donde usciva in analoghe circostanze la mattina dopo. Mi sorprendeva il fatto che in queste condizioni propizie, ben diverse da quelle del campo di Fossoli, le fughe fossero poche ed occasionali. Poi mi resi conto dai biglietti che riuscii a scambiare con alcuni prigionieri, tra cui Ziccardi e Lepetit, che la maggior parte degli internati era caduta in una specie di apatia, alimentata in parte dalla convinzione della fine imminente della guerra, in parte dalla paura delle rappresaglie verso i congiunti. Nessuno del resto poteva immaginare gli orrori inumani, più spesso la fine straziante, che sarebbero toccati a coloro che venivano avviati ai campi di sterminio della Germania. Fu quindi relativamente facile far pervenire ai prigionieri denaro, viveri, e… «seghetti». Solo dopo le prime, consistenti fughe, il servizio di sorveglianza si fece più rigoroso; furono proibite le uscite dal campo, dove fu instaurato un regime di terrore. «Maurizio» fu sempre largo di consigli e di aiuti. Poco a poco riuscii a portare a Bolzano tutto l’occorrente per falsificare carte di identità e lasciapassare. Con «Giacomo» avevamo costituito una cellula piccola, ma molto attiva.
Insieme a «Giacomo» approntammo due distinti piani di fuga. Uno, che doveva servire per Bobbio, era molto semplice. Si trattava di lasciare una bicicletta, con una giacca sul .manubrio appoggiata al muro di una delle casette del villaggio italiano, dove i prigionieri venivano accompagnati a lavorare. Bobbio avrebbe dovuto inforcarla, indossare la giacca ed allontanarsi: all’angolo della strada uno dei nostri lo avrebbe affiancato ed accompagnato ad un rifugio sicuro. Bobbio non poté o piuttosto non volle farlo. Ne approfittò invece Luigi Cinelli; un comunista il quale fu così lesto, che quando arrivai sul posto all’ora convenuta, era già scappato. Dovemmo tenerlo nascosto circa una settimana prima di trovare il modo di spedirlo a Milano. Si prestò al trasporto il proprietario di un camioncino, che fu giocoforza raggiungere a mezzanotte, in pieno coprifuoco alla periferia di Bolzano. Cinelli arrivò a Milano sano e salvo. L’altro sistema studiato per Lepetit, era più complicato ma altrettanto sicuro. Lepetit avrebbe dovuto accusare dolori appendicolari/per cui era previsto il ricovero all’ospedale civile di Bolzano. Di là sarebbe stato fatto fuggire, lungo un passaggio poco noto che comunicava con la chiesa dell’ospedale. Tutti i medici e gli infermieri da noi contattati si erano dichiarati disponibili ad aiutarci. Al resto avremmo pensato noi. Purtroppo Lepetit, che lavorava nell’infermeria del campo cui aveva fatto arrivare grossi quantitativi di medicinali, aveva ricevuto assicurazioni dal tenente medico tedesco che non sarebbe stato inviato in Germania. E così non volle o non poté tentare la fuga. Il risultato fu che Lepetit, Bobbio e tanti altri cari amici finirono nei campi di sterminio tedeschi da cui non sono più tornati. Da Mauthausen ritornò invece Piero Ziccardi, allo stremo delle forze…”
Estratto da: Enrico Serra TEMPI DURI Guerra e Resistenza Società editrice il Mulino

Pubblicato il da TWB | Lascia un commento

Enzo Capitano. Nasce a Milano il 26 gennaio 1927, primo di quattro fratelli. Nel 1943 è allievo del Liceo Classico Carducci dove insegna il prof. Quintino Di Vona (vd).
Aderisce al Fronte della gioventù la cui direzione nel novembre di quell’anno venne assunta da Eugenio Curiel. Nel  gennaio del 144 è prelevato, a scuola, con altri compagni, da fascisti della Brigata Muti e sottoposto a interrogatorio. Viene comunque rilasciato poco dopo. Dopo l’assassinio di Quintino Di Vona intensifica l’attività antifascista. Il 22 dicembre 1944 dei fascisti in borghese, in largo Cairoli lo consegnato alle SS a S. Vittore. Il 16 gennaio 1945 è fatto salire su un treno: destinazione Bolzano. deportato a Bolzano. Prima di arrivare a quella destinazione, passata Brescia, butta dal finestrino un biglietto che sarà raccolto e recapitato alla famiglia. Il biglietto inizia: “L’ anima buona che raccoglie questo biglietto faccia un grande piacere ad un deportato e lo spedisca alla Famiglia Capitano, via Stradella 13, Milano. Caro papà, cara mamma, carissimi fratello e sorelle, purtroppo sono stato assegnato al campo di concentramento….”
Arrivato a Bolzano gli viene assegnata  la matricola 8361- Celle e pochi giorni dopo viene caricato su un treno con destinazione Flossenburg. Prima del passaggio del Brennero, lui e altri due deportati saltano dal carro bestiame dove erano stati fatti salire.  Vagano per 2 giorni tra le montagne nel freddo e senza cibo. Poi, sfiniti, si avvicinano ad una capanna dove una donna anziana li accogli con riso pane e salame e li fa riposare nel fienile. Ma all’alba si ritrovano prigionieri dei tedeschi che li riportano a Bolzano perché traditi in cambio del premio riservato alle spie.
Il 1° febbraio 1945 è inviato a Mauthausen. In marzo è trasferito in un vicino campo di lavoro per poi rientrare a Mauthausen, ai primi di aprile, in condizioni di estremo deperimento.
Il 5 maggio 1945 il campo di Mauthausen è liberato: Enzo Capitano è in infermeria ma le cure prestategli non gli salvano la vita. Il  9 maggio muore.

La figura di Enzo Capitano, è ricordata dal fratello Salvatore all’interno di un libro che riporta la biografia di Quintino di Vona.
Presso la biblioteca comunale Zara vi è una copia che può essere richiesta al prestito.

Zara ZAR ZAR.D.940.53-B.DIVO.1. 949085 Su scaffale Prestabile
Pubblicato il da TWB | Lascia un commento

Secondo_quartiere_popolare_viale_Lombardia_Portone_di_ingressowAllevi Enrico. Nasce a Milano l’11.8.1902.
Militante attivista nel PCI dal 1935.
Commissario di guerra della 110a Brigata Garibaldi. Nome di battaglia Orazio.
All’interno del cortile di viale Lombardia, 65, sulla quale campeggia all’ingresso del caseggiato la scritta SECONDO QUARTIERE POPOLARE SOCIETA’ UMANITARIA F. P. M. LORIA, v’è una stele che, tra altri, lo ricorda

VIALE-LOMBARDIA-3w

Pubblicato il da TWB | Lascia un commento

Di quella giornata il sito lombardiabeniculturali.it riporta una documentazione straordinaria dovuta a Luigi Ferrario.

Fotoracconto: Milano, 29 aprile 1945

Milano zona Venezia – Città Studi. Durante i giorni dell’insurrezione, cominciata la mattina del 25 aprile, si è combattuto a lungo e aspramente. Nei giorni scorsi abbiamo ricordato alcuni caduti, della nostra zona, di quei giorni: Roesler Franz Giorgio, Libero Rossi, Tacconi Italo, Fugazza Guido, I Garibaldini della Brigata Mereghetti

Luigi Ferrario, trent’anni, classe 1915, sfuggito alla guerra perché sostegno di famiglia numerosa, madre vedova e tre sorelle, esce dalla sua casa di via Sansovino nelle prime ore della mattina. Ha con sé il suo apparecchio fotografico caricato con una pellicola in bianco e nero Agfa Isopan F, formato 24×36 millimetri completamente vergine, 36 scatti a disposizione.


Forse ha sentito alla radio della fucilazione di Mussolini avvenuta nel pomeriggio del 28 a Giulino di Mezzegra, nei pressi di Dongo, sul lago di Como.
La notizia che i corpi di Mussolini, di Claretta Petacci e degli altri gerarchi fucilati a Dongo sono stati esposti, nella notte, a Piazzale Loreto si è già sparsa in tutta la città. Il luogo è lo stesso nel quale il 10 agosto 1944 sono stati fucilati quindici partigiani.
Ferrario si dirige in corso Buenos Aires e lì, dando le spalle a Porta Venezia, all’incirca all’altezza del numero civico 20 sul marciapiede di destra, comincia a fotografare.
L’ora, a giudicare dalla luce delle prime fotografie e dall’orientamento delle ombre, deve essere tra le nove e trenta e le dieci.
La prima immagine (fotogramma 00) rappresenta un assembramento di persone alcune delle quali armate; si tratta probabilmente di uomini del CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia). Forse l’immagine rappresenta il fermo di qualcuno sospettato di essere fascista o collaborazionista. Un’automobile è ferma al bordo del marciapiede.
00a

00. Luigi Ferrario. Corso Buenos Aires, assembramento di uomini di cui alcuni armati. Sulla sinistra si noti il primo edificio: è chiamato la “Polveriera”

La seconda e terza immagine (fotogrammi 01 e 02) ritraggono una colonna di autocarri carichi di partigiani, mitragliatrici poggiate sul tetto della cabina di guida, dal marciapiede qualcuno applaude: siamo sempre in corso Buenos Aires, Ferrario fotografa rivolto verso Porta Venezia; sul marciapiede opposto sono visibili il Cinema Venezia e la Galleria Puccini.

01a

01. Luigi Ferrario. Corso Buenos Aires, autocarro carico di partigiani di fronte al cinema Venezia02a

02. Luigi Ferrario. Corso Buenos Aires, autocarri carichi di partigiani di fronte al cinema Venezia.

Nella quarta fotografia (fotogramma 03), un po’ mossa, si vede una automobile, probabilmente una FIAT 1100, in moto lungo corso Buenos Aires, due uomini armati, uno appollaiato sul parafango, l’altro in piedi sul predellino.03a

03. Luigi Ferrario. Corso Buenos Aires, automobile di partigiani.

A questo punto Ferrario attraversa il corso e s’inoltra per via San Gregorio fino ai chiostri del vecchio Lazzaretto del quale rimane ora la sede della chiesa Ortodossa.

Qui scatta tre fotografie (fotogrammi 04, 05 e 06) a un gruppo di tre donne con la testa rasata, sorvegliate da un uomo armato di moschetto. Nella seconda di queste immagini (fotogramma 05) appare di spalle in primo piano un giovane, che probabilmente a sua volta, sta fotografando le donne. La tonsura a zero in quei giorni era praticata alle donne accusate di collaborazionismo coi tedeschi, atto ricorrente nelle città liberate di tutta Europa.

04a04. Luigi Ferrario. Via San Gregorio, nel chiostro del Lazzaretto, tre donne accusate di collaborazionismo rasate a zero e sorvegliate da un partigiano armato di moschetto.

05a05. Luigi Ferrario. Via San Gregorio, nel chiostro del Lazzaretto, tre donne accusate di collaborazionismo rasate a zero e sorvegliate da un partigiano armato di moschetto.

06a06. Luigi Ferrario. Via San Gregorio, nel chiostro del Lazzaretto, tre donne accusate di collaborazionismo rasate a zero e sorvegliate da un partigiano armato di moschetto.

È mattina inoltrata intorno alle 11 quando, lasciato il Lazzaretto e percorso tutto corso Buenos Aires, Luigi Ferrario giunge in Piazza Loreto dove scatta 8 fotografie quindi si avvia verso il centro della città con fotografie scattate in piazza San Babila, corso Vittorio Emanuele e Corso Monforte.

Di quel giorno riportiamo il comunicato emesso dal CLNAI

Il CLNAI dichiara che la fucilazione di Mussolini e complici, da esso ordinata, è la conclusione necessaria di una fase storica che lascia il nostro Paese ancora coperto di macerie materiali e morali, è la conclusione di una lotta insurrezionale che segna per la Patria la premessa della rinascita e della ricostruzione. Il popolo italiano non potrebbe iniziare una vita libera e normale – che il fascismo per venti anni gli ha negato – se il CLNAI non avesse tempestivamente dimostrato la sua ferrea decisione di saper fare suo un giudizio già pronunciato dalla storia.

Solo a prezzo di questo taglio netto con un passato di vergogna e di delitti, il popolo italiano poteva avere l’assicurazione che il CLNAI è deciso a proseguire con fermezza il rinnovamento democratico del Paese. Solo a questo prezzo la necessaria epurazione dei residui fascisti può e deve avvenire, con la conclusione della fase insurrezionale, nelle forme della più stretta legalità.

Dell’esplosione di odio popolare che è trascesa in quest’unica occasione a eccessi comprensibili soltanto nel clima voluto e creato da Mussolini, il fascismo stesso è l’unico responsabile.

Il CLNAI, come ha saputo condurre l’insurrezione, mirabile per disciplina democratica, trasfondendo in tutti gli insorti il senso della responsabilità di questa grande ora storica, e come ha saputo fare, senza esitazioni, giustizia dei responsabili della rovina della Patria, intende che nella nuova epoca che si apre al libero popolo italiano, tali eccessi non abbiano più a ripetersi. Nulla potrebbe giustificarli nel nuovo clima di libertà e di stretta legalità democratica, che il CLNAI è deciso a ristabilire, conclusa ormai la lotta insurrezionale.

Il Comitato di Liberazione Nazionale dell’Alta Italia.

Achille Marazza per la Democrazia Cristiana
Augusto De Gasperi per la Democrazia Cristiana
Ferruccio Parri per il Partito d’Azione
Leo Valiani per il Partito d’Azione
Luigi Longo per il Partito Comunista Italiano
Emilio Sereni per il Partito Comunista Italiano
Giustino Arpesani per il Partito Liberale Italiano
Filippo Jacini per il Partito Liberale Italiano
Rodolfo Morandi per il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria
Sandro Pertini per il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria

Pubblicato il da TWB | Lascia un commento

Palazzo Uffici Innocenti

Roesler Franz Giorgio Nasce ad Anzio (Roma) il 12 settembre 1923. Studente del Politecnico, iscritto al primo anno del triennio di applicazione di Ingegneria Civile. Il 25 aprile si unisce al I° battaglione d’assalto delle formazioni di Giustizia e Libertà.
All’Innocenti di via Rubattino giunge l’ordine insurrezionale: la fabbrica è liberata, viene occupata l’armeria e sono fatti prigionieri 15 nazifascisti. Due mitragliere da 20 mm. vengono piazzate a difesa della fabbrica.
Il giorno successivo una settantina di tedeschi rioccupano l’Innocenti e piazzano un cannoncino e alcune mitragliatrici di fronte all’ingresso principale.
I sappisti sono costretti a ritirarsi nello stabilimento G. 2 e nel palazzo uffici. Sul posto vengono fatte convergere la 116ª, 110ª, 118ª, 130ª e 192ª brigata Garibaldi SAP a cui si uniscono anche partigiani di altre formazioni tra cui il I° battaglione d’assalto delle formazioni di Giustizia e Libertà.
Vi sono scontri che si estendono anche all’interno del collegio dei Martinitt.
Negli scontri a fuoco Giorgio Roesler Franz è colpito da una bomba a mano. Soccorso e trasportato in ospedale, muore il 28 aprile 1945.
Un anno dopo a cura del comando della formazione di Giustizia e Liberà, a Musocco, fu celebrata una messa in sua memoria. Sempre in quell’anno, il Rettore del Politecnico di Milano, Gino Cassinis (futuro sindaco della città), gli ha conferito la laurea ad honorem alla memoria.

Pubblicato il da TWB | Lascia un commento