11 maggio 1945 BOBBIO MARIO

Mario Bobbio

Lapide in viale Maino 21

Bobbio Mario. Nasce a Milano il 3.9.1925. Studente del Politecnico. Milita nel Fronte della Gioventù. Ha con sé materiale di propaganda quando è arrestato, a Cavi di Lavagna, il 6 maggio 1944. Viene deportato nel campo di concentramento di Bolzano (1) il 22 ottobre 1944. Muore nel lager di Mauthausen l’11 maggio 1945.
Nel corso dell’inaugurazione dell’anno accademico 1946-47 il Politecnico di Milano gli ha conferito la laurea “ad honorem”.

(1) “… Nella primavera del 1944 l’attenzione di chi si occupava dell’assistenza e dell’evasione dei prigionieri politici si spostò dal campo di concentramento di Fossoli, alle porte di Carpi (Modena), a quello di Bolzano, dove venivano raccolti i patrioti, prima del loro arrivo ai campi della Germania. Fu anche per questo che «Maurizio» mi chiamò e mi incaricò di recarmi a Bolzano per un sopralluogo. Aveva avuto notizia che in quel campo di concentramento si trovavano molti compagni di Giustizia e Libertà, tra cui Roberto Lepetit e il figlio di un consigliere delegato dell’Edison, Bobbio. C’erano anche due miei cari amici della cellula creata, insieme a Sandro Migliazza e Mario Giuliano, nella università Statale di Milano allora in via del Conservatorio; e precisamente Piero Ziccardi e il giovane assistente Armando Sacchetta, che morì di cancrena nel campo di concentramento, in seguito all’amputazione di una gamba per ferita d’arma da fuoco….
Il punto di riferimento che mi era stato dato si rivelò eccezionale sotto tutti gli aspetti, quasi a significare quell’inesauribile fonte di liete sorprese che rimane, con tutti i suoi difetti, il nostro Paese. Si chiamava Ferdinando Visco Gilardi, alias «Giacomo»….
 Guidato da «Giacomo» potei fare una prima ricognizione del campo di concentramento. Rimasi sorpreso della relativa libertà di cui godevano quei prigionieri, che venivano portati fuori dal campo a coltivare degli orti nei pressi del cosiddetto «villaggio italiano». La scorta era formata da soldati anziani, palesemente richiamati e ritenuti inabili per il fronte. Dalla finestra del primo piano di una di queste minuscole casette intorno a via Piacenza, un’anziana signora parlava, talvolta in tedesco e talvolta in francese, con una internata, una figliolona assai spigliata, che mi dissero essere, la moglie austriaca di Indro Montanelli (Margarethe De Colins De Tarsienne). Scambiai anch’io qualche rapida e circospetta parola con due o tre prigionieri. Nel primo pomeriggio, la colonna degli internati, accompagnata dalla modesta scorta di territoriali, rientrava al campo di concentramento, donde usciva in analoghe circostanze la mattina dopo. Mi sorprendeva il fatto che in queste condizioni propizie, ben diverse da quelle del campo di Fossoli, le fughe fossero poche ed occasionali. Poi mi resi conto dai biglietti che riuscii a scambiare con alcuni prigionieri, tra cui Ziccardi e Lepetit, che la maggior parte degli internati era caduta in una specie di apatia, alimentata in parte dalla convinzione della fine imminente della guerra, in parte dalla paura delle rappresaglie verso i congiunti. Nessuno del resto poteva immaginare gli orrori inumani, più spesso la fine straziante, che sarebbero toccati a coloro che venivano avviati ai campi di sterminio della Germania. Fu quindi relativamente facile far pervenire ai prigionieri denaro, viveri, e… «seghetti». Solo dopo le prime, consistenti fughe, il servizio di sorveglianza si fece più rigoroso; furono proibite le uscite dal campo, dove fu instaurato un regime di terrore. «Maurizio» fu sempre largo di consigli e di aiuti. Poco a poco riuscii a portare a Bolzano tutto l’occorrente per falsificare carte di identità e lasciapassare. Con «Giacomo» avevamo costituito una cellula piccola, ma molto attiva.
Insieme a «Giacomo» approntammo due distinti piani di fuga. Uno, che doveva servire per Bobbio, era molto semplice. Si trattava di lasciare una bicicletta, con una giacca sul .manubrio appoggiata al muro di una delle casette del villaggio italiano, dove i prigionieri venivano accompagnati a lavorare. Bobbio avrebbe dovuto inforcarla, indossare la giacca ed allontanarsi: all’angolo della strada uno dei nostri lo avrebbe affiancato ed accompagnato ad un rifugio sicuro. Bobbio non poté o piuttosto non volle farlo. Ne approfittò invece Luigi Cinelli; un comunista il quale fu così lesto, che quando arrivai sul posto all’ora convenuta, era già scappato. Dovemmo tenerlo nascosto circa una settimana prima di trovare il modo di spedirlo a Milano. Si prestò al trasporto il proprietario di un camioncino, che fu giocoforza raggiungere a mezzanotte, in pieno coprifuoco alla periferia di Bolzano. Cinelli arrivò a Milano sano e salvo. L’altro sistema studiato per Lepetit, era più complicato ma altrettanto sicuro. Lepetit avrebbe dovuto accusare dolori appendicolari/per cui era previsto il ricovero all’ospedale civile di Bolzano. Di là sarebbe stato fatto fuggire, lungo un passaggio poco noto che comunicava con la chiesa dell’ospedale. Tutti i medici e gli infermieri da noi contattati si erano dichiarati disponibili ad aiutarci. Al resto avremmo pensato noi. Purtroppo Lepetit, che lavorava nell’infermeria del campo cui aveva fatto arrivare grossi quantitativi di medicinali, aveva ricevuto assicurazioni dal tenente medico tedesco che non sarebbe stato inviato in Germania. E così non volle o non poté tentare la fuga. Il risultato fu che Lepetit, Bobbio e tanti altri cari amici finirono nei campi di sterminio tedeschi da cui non sono più tornati. Da Mauthausen ritornò invece Piero Ziccardi, allo stremo delle forze…”
Estratto da: Enrico Serra TEMPI DURI Guerra e Resistenza Società editrice il Mulino

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