Poco prima delle 13, mentre erano in corso lavori di “ristrutturazione” dello stabile, un operaio parquettista, 35 anni, cittadino egiziano con regolare permesso di soggiorno, stava aprendo un barattolo di solvente quando è esploso e una fiammata improvvisa lo ha investito. E’ stato trasportato al centro grandi ustionati di Niguarda, in codice rosso, per le gravi ustioni riportate a viso, collo e arti superiori.

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Sul sito facebook del Cinechiostro – o Nuovo cinema Casoretto – vi è la storia di quello che vorrebbe ridiventare il cinema dell’oratorio della parrocchia S. Maria Bianca della Misericordia, di Casoretto. Si conclude con una frase “The future in unwritten…” (Il futuro non è scritto).
E’ questa lungimirante certezza che anche quest’anno, per la seconda volta, ha guidato la Giunta del Municipio 3 a finanziare 3 serate di cinema all’aperto, tutte rigorosamente gratuite

L’idea di riattivare il cinema dell’oratorio di Casoretto è partita da una, come si dice oggi, fake news, ovvero il cinema Anteo nel febbraio 2017 avrebbe chiuso.
E così di favola in favola si è mobilitato il Municipio 3 e ha finanziato un primo ciclo di film (3) e ora andrà in scena il secondo. I volontari della parrocchia S. Maria Bianca della Misericordia fattosi gruppo alla fine del 2017 hanno svuotato il cinema ridotto a magazzino.
Nel 2018 continuano a vedersi e a partecipare ai convegni dell’ACEC sulle ‘Sale di comunità’: sono in attesa degli sviluppi dei bandi relativi alla Nuova legge cinema e audiovisivo del MIBACT, volta ad aiutare esercenti e sale storiche come la loro.
Non ci pare molto.
Ma cosa centra Germana Chodi* ?
E’ presto detto. Basta leggere  l’articolo che le ha dedicato il Corriere della Sera, oggi, a pagina 20: “Aiuto gli oratori”. E soprattutto soffermarsi su quel che lei dice sul Cinema di Casoretto.
«Sono nata nel quartiere del Casoretto, a Nord di Milano. Lì andavo al cinema dell’oratorio nella basilica Santa Maria Bianca alla Misericordia con le mie amiche, mi sentivo sicura. Era un punto di riferimento in un quartiere popolare. Vorrei che potesse svolgere ancora quel ruolo per i giovani ma anche aiutare l’integrazione degli stranieri. Oggi più di allora c’è bisogno di farli rivivere…».

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* Germana Chiodi è la storica assistente di Bernardo Caprotti fondatore di Esselunga che le ha lasciato metà dei suoi beni personali: circa 70 milioni di euro.

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Riccardo Tammaro, giornalista e scrittore, prende spunto dal libro “Storie d’Acqua” di Gabriele Pagani, ripercorre i principali corsi d’acqua che tuttora passano sotto Milano, talvolta senza portare acqua.

Alla presentazione si affianca una mostra fotografica opera dello stesso Riccardo Tammaro e di Roberto Visigalli, fotografo: i due hanno voluto sintetizzare in poche immagini i vari aspetti delle acque di Milano.

BIBLIOTECA VALVASSORI PERONI
Va Valvassori Peroni 56
Presentazione e inaugurazione oggi pomeriggio alle ore 18.
La mostra sarà visibile fino al 15 settembre.

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La Giunta municipale ha deliberato la realizzazione di un nuovo grande magazzino in via Rubattino per il resto sono…

A seguito della deliberazione  della Giunta Municipale_n_ 1196-2018_del_13-07-2018.pdf, che prevede la realizzazione di un grande magazzino e di una palazzina in via Rubattino, e secondo quanto dichiarato in un comunicato stampa del Comune stesso,  l’assessore MARAN ha detto L’intervento porterà nuovi servizi e attrattività in tutta l’area.
L’area in questione è qualificata, sempre nel comunicato, come un ex cava risalente al dopoguerra attualmente in stato di abbandono. E ci sta che l’assessore sia riuscito a pensare di trasformare l’ex cava in una zona attrattiva considerato che li accanto, al civico di via Rubattino 84, vi è una centrale elettrica dell’ENEL – nel comunicato è immortalata con uno scatto preso da Google maps.
Potenza dei comunicati stampa del Comune. La riqualificazione di Rubattino 84 è una centrale elettrica o una ex cava?

Diciamo – per convenzione comunale – che via Rubattino 84 è  un’area inutilizzata di 66420 mq al confine con il comune di Segrate e su tale spazio sorgerà, aldilà del gerghese, un centro commerciale e un edificio, a cura di BNP Paribas per conto di un fondo immobiliare.
Ma poiché un centro commerciale non può non avere un parcheggio il Comune lo realizzerà, con parte degli introiti derivanti dagli oneri di urbanizzazione dell’area; sarà alberato e con 550 posti macchina. Chi fa l’affare? Naturalmente gli abitanti del quartiere Rubattino che mentre aspettano il loro Parco potranno bearsi di una sistemazione a verde di 6127 mq con alberature di prima grandezza sull’asse di via Rubattino al confine con Segrate.
Ma la lungimiranza dell’assessore Maran si è spinta oltre. “Questo intervento toglierà dal degrado un’area periferica della città e porterà nuovi servizi al quartiere che la circonda
Ma qual’è il quartiere che circonda la ex cava assessore Maran?  A destra ci sta una concessionaria d’auto a sinistra una centrale elettrica, di fronte la ex Innocenti e sul lato opposto la ferrovia.
Con gli oneri di urbanizzazione il comunicato dice che mentre sorgerà il supermercato Parallelamente vi sarà la completa riorganizzazione di tutta l’area di fronte alla stazione ferroviaria di Lambrate.
E fa dire all’assessore nostro che  vi saranno nuovi parcheggi per auto e bici, la riqualificazione di via Predil con la realizzazione di una rotatoria in corrispondenza dell’ingresso ai parcheggi e la costruzione di una velostazione per 200 posti bici davanti la stazione”.
Di certo ci sono due cose:
1) La pista ciclabile si fermerà in piazza Monte Titano e ci vorranno più di 3 anni per realizzarla.


2) Nel 2016 era stato elaborato un progetto preliminate per prolungare  la pista ciclabile lungo via Rombon sino a raccordarsi con la passerella ciclopedonale pensile sopra lo svincolo di Lambrate.
L’assessore Maran se ne è dimenticato e la nuova Giunta hanno deciso diversamente: perchè?

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E’ notorio che via Plezzo è ai piedi della massicciata della ferrovia. Tale massicciata è diventata palestra per street art. La singolarità della massicciata che da via Pordenone giunge in via Palmanova è data dai molti soggetti che riproducono animali.
Le immagini possono essere ingrandite.

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Qualche giorno fa abbiamo scritto del bando internazionale che, tra l’altro, interessa un fazzoletto di terra di circa 600 mq., in via Andrea Doria, di proprietà del Comune di Milano (nostra), che sarà alienato a poco più di 1 milione di euro. (vd. L’USO AMBIGUO DELLA METAFORA IN URBANISTICA)
E neanche a farlo apposta ci siamo ricordati di un altro bando, questa volta nazionale, promosso da Ferservizi (Società di servizio delle ferrovie dello stato italiane) che metteva di vendita una “villetta” – più propriamente un casa abbandonata, oggetto di numerose occupazioni abusive – posta in via Cima 39. Ovvero un complesso immobiliare di 649 mq per un importo minimo di 410mila euro. (vd. CASTI CONNUBI: LA GARA C’E’ MA SE IL VINCITORE NON E’ QUELLO “STABILITO” …)
Siamo andati sul sito di Federservizi e la “villetta” non è stata aggiudicata: il bando è ancora aperto senza limite di tempo e del parcheggio che doveva essere realizzato nel cortile del civico 39 fa bella mostra di sé un buco riempito da vegetazione incolta.

Ora, a parte tutte le considerazioni del caso, pare proprio incongruo che in via Andrea Doria, angolo piazzale Loreto, un terreno valga solo 2,5 volte un terreno, in via Cima, 39 che affaccia sulla ferrovia.
Sbagliamo?

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Il comune di Milano
– ha aderito a 
un bando internazionale denominato “Reinventing Cities” che prevede la realizzazione di progetti a bassa emissione di carbonio e una rigenerazione urbana resiliente.
– uno dei luoghi interessati  è nella nostra Zona: in via Andrea Doria,
– Dopo una prima fase di adesione al bando vi sarà poi la selezione di 3 progetti che concorreranno alla fase finale. A fine  gennaio 2019 verrà indicato quello meritevole di aggiudicarsi l’area del Comune sulla quale realizzerà il suo progetto.

In tutta evidenza chi abita in zona ha presente quel buco di 600 mq. utilizzati come parcheggio e posto di bancarelle ambulanti. E il sapere che sarà riempito dopo decenni e decenni è certamente una buona notizia.
Ma dietro questo lodevole fare e brigare, nonostante tutto, non capivamo il fine ultimo del bando: la rigenerazione urbana resiliente.
Di seguito riproduciamo un articolo di ENZO SCANDURRA , apparso il 19 aprile 2017 sul sito web
eddyburg.it . E’ in tutta evidenza uno scritto per “addetti ai lavori”. E noi pur non essendo addetti, grazie a questo scritto, abbiamo capito che:… Buona lettura.

Da sempre, dalla sua data di nascita, l’urbanistica ha fatto ampio uso di concetti importati da altre discipline, in particolare dalla fisica e, più recentemente, dalla biologia. Negli anni Cinquanta e Sessanta, ad esempio, furono introdotti molti concetti dalla fisica per costruire modelli matematici che avrebbero dovuto simulare il comportamento delle persone in ambito urbano. Quei modelli presero a prestito, dalla fisica, la legge di gravitazione universale di Newton (opportunamente corretta, ovviamente) per spiegare e prevedere gli spostamenti casa-lavoro, ovvero per costruire modelli di traffico urbano. Poi, caduto un po’ di moda il paradigma della fisica, è sembrata la biologia la disciplina più adatta a fornire concetti e modelli da usare nelle scienze urbane.

E’ ben noto che la metafora (letteralmente: spostamento, trasferimento, traghettamento di un concetto da una disciplina all’altra) è stata da sempre origine di molte scoperte e invenzioni nel campo della scienza e della tecnologia per il suo carattere evocativo, non vincolato a un significato preciso. Essa però, per essere feconda (nella nuova disciplina), ovvero per produrre avanzamenti conoscitivi, è necessario che il termine trasferito – l’uso nomadico o viaggiante dei concetti, come diceva Isabelle Stengers – sia ridefinito nella nuova disciplina. L’esempio del concetto di “vis” è servito a Newton per coniare quello di “forza” che però, nella fisica, ha assunto un nuovo significato (è un vettore caratterizzato da un’intensità, una direzione e un verso e applicata a un solido, produce lavoro). Il semplice trasferimento del concetto non basta a produrre una innovazione nel campo della nuova disciplina. Anzi, potremmo dire, che il semplice trasferimento tout court si presta ad un’operazione ambigua, oscura, mistificante, senza aggiungere produzione di nuova conoscenza. Le metafore, dunque, vanno “usate” con estrema accortezza e delicatezza. Al contrario esse finiscono col fornire alla disciplina importatrice l’alibi di possedere un presunto, quanto inconsistente, statuto scientifico.

Dalle scienze biologiche l’urbanistica ha attinto a piena mani; basti pensare ai termini di: tessuto urbano, organismo urbano, metabolismo urbano. C’è tutta una corrente di pensiero che definisce la città come un organismo vivente dotato di un proprio metabolismo, evolutasi per selezione “naturale” (una metafora darwiniana). Da cui discendono una serie di concetti letteralmente trasferiti al campo dell’urbanistica, in particolare attribuiti alla città: omeostasi, resilienza, resistenza. Ma se questi concetti hanno un preciso significato nel campo scientifico dove sono stati coniati, trasferiti nell’urbanistica evidenziano una debolezza interpretativa, suppliscono una carenza argomentativa, e la espongono a rischi di falsificazione o mistificazione ideologica.

Oggi sono due i neo concetti “di successo” presi a prestito dalla biologia: quello di resilienza e quello di rigenerazione (quest’ultimo, in verità, presente in molte altre discipline). In biologia ed in ecologia la resilienza indica la capacità di un ecosistema di autoripararsi da eventuali danni prodotti (incendi, eventi atmosferici, inquinamento, ecc.), ovvero la misura (inversa) del tempo necessario all’ecosistema per ritornare nel suo stato di equilibrio originale dopo che l’eventuale perturbazione lo ha allontanato da quello stato. E’ un concetto per molti versi opposto a quello di resistenza. Ad esempio una grande foresta pluviale presenta una grande resistenza (ad essere distrutta da un incendio) ma una scarsa resilienza (moltissimo tempo per riprodursi). Al contrario un giovane boschetto ha una bassa resistenza (può essere distrutto facilmente), ma una grande resilienza (poco tempo necessario per tornare nella sua condizione originaria). Trasformare le città in resilienti starebbe a significare la capacità di una comunità e dei suoi abitanti di modificarsi (adattarsi) per rispondere agli effetti dei cambiamenti climatici. In questo modo essa si lega al concetto di sviluppo sostenibile e a quello di rigenerazione urbana, perché, sostengono i suoi teorici, una città sostenibile è necessariamente una città resiliente, come dimostrano gli esempi di altri Paesi europei che hanno investito sullo sviluppo di una strategia nazionale per l’adattamento ai cambiamenti climatici. La città resiliente è stata una bandiera dell’ex sindaco di New York, Bloomberg, che, all’indomani dell’uragano Sandy, ha lavorato per trasformare la città in uno spazio urbano preparato agli effetti dei cambiamenti climatici, primo fra tutti l’innalzamento del livello del mare, con interventi sul paesaggio e sugli edifici.

Ecco allora svelato il significato strumentale del neo concetto. Nei fatti, quello di resilienza si presta a nuove opportunità economiche per continuare a ricavare profitti anche in situazioni di disastro. Non a caso la città resiliente chiama in causa la green economy o le neo città smart cities come esempio di adattamento progressivo.

I cambiamenti climatici si affrontano riducendo la produzione di merci, ovvero la produzione di co2 associata ad essa. Il che significa in primo luogo riconversione ecologica della produzione che sappiamo comporta una vera e propria (e difficile) rivoluzione economica, culturale e antropologica, un nuovo paradigma, questo sì, in grado di invertire il fenomeno del riscaldamento globale. Cercare di contrastare i cambiamenti climatici adattando le città a resistere a eventuali catastrofi è come imbottirsi di aspirine per contrastare la febbre dovuta a qualche patologia grave. La resilienza diventa così la coperta di Linus per scongiurare il disastro annunciato.

L’altro termine: rigenerazione in biologia sta ad indicare la sostituzione di parti danneggiate con copie identiche alle stesse. E’ il caso della coda della lucertola che se mozzata può rigenerarsi, oppure dell’albero mutilato del suo ramo che in breve tempo rigenera se stesso. Ma in urbanistica? Essa starebbe ad indicare la possibilità di riconvertire (in maniera innovativa, così dicono i sostenitori) tutti quegli spazi lasciati liberi e inutilizzati dal processo di deindustrializzazione e delocalizzazione produttiva e, più in generale, di riconvertire parte del patrimonio edilizio invecchiato o obsoleto. In sintesi, una grande opportunità innovativa, di modernizzazione (e di fare affari). Anche in questo caso è necessario fare qualche riflessione critica. Da sempre le città si sono rigenerate, hanno cambiato forma e aspetto. Vecchie funzioni sono state sostituite da altre più adatte ai tempi. Si tratta di un processo quasi naturale, fisiologico. Ma le parole sono cariche di significati (e talvolta di ideologie) e l’enfasi per la rigenerazione è un po’ sospetta. Cosa si cela dietro questa parola magica? Riconvertire questi manufatti, queste aree abbandonate in quale prospettiva di nuova città? con quali vantaggi? e di chi?

Se non si risponde a queste domande, la rigenerazione resta una parola grimaldello, come lo sviluppo sostenibile o la resilienza, con la quale scardinare qualsiasi equilibrio in nome della solita innovazione e modernizzazione. Oggi, ad esempio, questa parola viene invocata da molte amministrazioni per sfrattare centri sociali e culturali da vecchi edifici fatiscenti. Altra cosa sarebbe se per rigenerazione si intendesse proprio favorire queste esperienze in nome di un rinnovamento culturale e sociale.

In conclusione, questo uso di concetti e modelli importati da altre discipline più “dure” si spiega forse con il fatto che quello dell’urbanistica è un sapere più recente (possiamo datare la nascita dell’urbanistica moderna nell’epoca della rivoluzione industriale, verso la fine del Settecento), che non ha raggiunto il grado di maturità che permette alla fisica o alla chimica, per esempio, di svilupparsi in modo autonomo, al riparo delle influenze ideologiche e culturali. Presentarsi come disciplina scientifica ha delle ricadute in termini di prestigio, ma anche di finanziamenti di ricerca o contratti di consulenza.

Sarebbe bene che questa disciplina smettesse di importare concetti da altri campi per darsi una veste di apparente scientificità o per mostrarsi alla moda, e ne sviluppasse dei propri a partire dalla sua tradizione, con proprie parole e propri significati; il processo di partecipazione inizia da qui.

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