A Marcinelle, Belgio, nella miniera del Bois du Cazier, l’8 agosto 1956 perirono 262 minatori di cui 136 italiani (60 erano abruzzesi; 24 tra loro provenivano dal paesi di Manoppello)
Gli italiani morirono perché in base a un protocollo Italo-Belga, il governo Italiano, il 23 giugno 1946, si era impegnato a mandare manodopera nelle miniere belghe in cambio di carbone. Tale accordo fu uno dei prezzi che l’Italia prostrata dalla guerra pagò per risollevarsi. Buona parte del boom degli anni ’60 fu il frutto dello sfruttamento degli uomini; di questi uomini. In base all’accordo l’Italia per ogni minatore riceveva 200kg di carbone.
Nella biblioteca Valvassori Peroni sull’argomento vi sono i seguenti libri: Marcinelle, storie di minatori : cronaca a fumetti / Igor Mavric, Davide Pascutti. – Levada di Ponte di Piave : Beccogiallo, 2006. – 125 p. : fumetti ; 24 cm.
Collocazione: VAL.741.5.MAVR La catastrofa : Marcinelle, 8 agosto 1956 / Paolo Di Stefano. – Palermo : Sellerio, 2011. – 249 p. ; 17 cm
Collocazione: VAL.N.853.92.DIST
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Da viale delle Rimembranze di Lambrate, per andare in centro, arrivati al sottopasso della ferrovia guardate alla vs. sinistra e vedrete Erdoğan, raffigurato dagli Alien Attack come un sultano. Con la mano destra tiene un cartello che sottolinea quale sia la differenza che passa tra l’occidente e Lui: Tu via a caccia di Pokemon Io caccio le persone (traduzione libera).
Con molti soldi nostri e qualcuno loro, dopo anni di ritardo, un primo segnale è visibile all’orizzonte: la gru che ormai faceva parte da anni del paesaggio di via Feltre non c’è più.
Verso le 7 del mattino sono entrati nel cortile del Tennis Club Ambrosiano e … lasciamo alle immagini ogni commento.
P.S. Se posizionate il cursore su una immagine potete ingrandirla e poi vedere le altre in sequenza.
A proposito della INNSE di via Rubattino 87 e delle sue lotte per mantenere il posto di lavoro.
Nel 2008 un imprenditore di nome Silvano Genta, padrone della INNSE di via Rubattino 87, con atto d’imperio scrisse ai dipendenti un telegramma nel quale li informava di avere aperto una procedura di mobilità perchè avrebbe chiusoi l’azienda.
Gli operai decisero di occupare la fabbrica; iniziarono una lotta che si protrasse per mesi ed ebbe momenti di alta tensione quando, ad esempio, il Genta tentò, nottetempo, di fare uscire dalla fabbrica 7 macchinari.
I lavoratori bloccarono i cancelli e la fabbrica o meglio, dimostrarono nei fatti, autogestendola, che contrariamente a quanto sostenuto dal Genta vi erano commesse e materiali per continuare la produzione: la chiusura e la messa in liquidazione della fabbrica non avevano giustificazione alcuna. Il 4 agosto del 2009 gli operai, al fine di continuare a salvaguardare il loro posto di lavoro, intrapresero un’azione di protesta clamorosa: quattro di loro salirono sul carroponte dell’azienda e sopesi nel vuoto a un altezza di 12 metri vi rimasere per 7 giorni.
I giornali e le televisioni ne parlarono sino a che il prefetto e anche il Comune di Milano furono costretti a intervenire. Il comportamento del Genta non aveva alcuna giustificazione e quello degli operai stavano diventando un cattivo esempio: altri avrebbero potuto imitarli! Si fece avanti un compratore: Attilio Camozzi, industriale bresciano del ramo. Egli era ingolosito e dalle potenzialità dell’azienda – i suoi macchinari – e dalla professionalità dei suoi dipendenti – avevano saputo autogestirla – e dalla possibilità di spuntare un accordo assai vantaggioso grazie all’interessamento del prefetto e del Comune e alla loro futura riconoscenza.
L’accordo fu presto raggiunto in prefettura. Attilio Camozzi si impegnò ad acquistare sia l’attività produttiva della INNSE con macchinari annessi – 27, compresi i 7 che Silvano Genta aveva tentato di fare uscire dall’azienda – sia la proprietà dei terreni su cui l’INNSE insisteva, allora di proprietà della Società Aedes che – detto per inciso – era anche proprietaria dell’area ex Innocenti e con il Comune aveva fatto già grossi affari ottenendo di edificare una parte di quell’immensa area senza per altro porre mano agli impegni che gli derivavano dagli oneri di urbanizzazione. Ma non solo. Attilio Camozzi, felice come una pasqua, fece inserire nell’accordo una clausola che impegnava l’azienda di cui era a capo a mantenere e sviluppare l’insediamento produttivo sino al 2025.
Tale mossa fu talmente gradita che, come aveva previsto, il Comune, per non essere da meno, negli anni successivi a cortesia rispose con altrettanta cortesia: si impegnò perché all’INNSE del Gruppo Camozzi divenisse proprietaria del terreno di circa 14.000 mq. adiacente ai capannoni – contrariamente a quanto stabilito dal Piano del governo del territorio – che stabiliva come quel terreno doveva diventare spazio verde a beneficio dei residenti del quartiere Rubattino.
Ma poi la storia prese la solita piega dell’italietta nostra. Spenti i riflettori, il Gruppo Camozzi e Aedes hanno innalzano il solito refren: chiagne e fotti mentre la politica ha ricominciato ad affacendarsi in tutt’altre faccende così da disattendere il suo ruolo di garante.
Il Gruppo Camozzi da un lato ha lamentare l’impossibilità di fare investimenti se non otteneva la piena proprietà dei terreno su cui insistevano i capannoni dove si svolgeva l’attività produttiva. E così gli 8 milioni di investimenti promessi e l’aumento della forza lavorativa sono rimasti sulla carta.
L’Aedes proprietaria dei terreni, anche se si era impegnata a cederli entro il 2010 addusse che, a causa della crisi economica, non poteva onorare l’impegno assunto nei termini stabiliti: su quei terreni gravava un’ipoteca: lo onorò nel 2015.
Ancora in vita Achille Camozzi cercò nuove vie che altra non erano se non tentare di modificare la clausola che lui stesso aveva fatto mettere nel patto sottoscritto nel 2009, in prefettura. In pratica conosciuti alcuni docenti del Politecnico si era lasciato convincere che su una parte dello stabilimento avrebbe potuto insediare delle start-up innovative e sulla parte restante poteva elaborare un piano di rilancio aziendale.
La divisione della fabbrica nella versione prospettata ai rappresentanti sindacali era di dividere il capannone con un telo di plastica!
Il 2 ottobre 2015 Attilio Camozzi muore. Alla guida del gruppo subentra il figlio Lodovico che trova sponda nel Comune per portare avanti l’idea del padre.
Infatti il Comune, in data 9 novembre 2015, convoca i delegati sindacali perchè incontrino l’azienda. I lavoratori vanno all’incontro. Ma per nulla affascinati dalle novità prospettate loro fanno presente che la proposta non era in linea con quanto sottoscritto dall’azienda nel 2009. Pertanto il confronto con l’azienda sarebbe avvenuto solo se quest’ultima rimuoveva la pregiudiziale del ridotto o meglio diverso utilizzo della struttura aziendale esistente. Nell’occasione facero altresì presente, a chi li aveva convocati, che contrariamente all’impegno aziendale di aumentare il numero delle maestranze queste erano diminuite.
Nel gennaio 2016, Lodovico Comozzi dichiara lo stato di crisi aziendale e ha messa in cassa integrazione dei lavoratori, richiesta non sottoscritta dai lavoratori. Ma oltre a ciò comincia una politica di intimidazione nei loro confronti al punto che ha comminato loro provvedimenti disciplinari più numerosi del loro stesso numero!
A proposito della INNSE di via Rubattino 81 e delle lotte dei suoi lavoratori per mantenere il posto di lavoro.
Nel 2008 un imprenditore di nome Silvano Genta, padrone della INNSE di via Rubattino 81, con atto d’imperio scrisse ai dipendenti un telegramma nel quale li informava di avere aperto una procedura di mobilità perchè avrebbe chiusoi l’azienda.
Gli operai decisero di occupare la fabbrica; iniziarono una lotta che si protrasse per mesi ed ebbe momenti di alta tensione quando, ad esempio, il Genta tentò, nottetempo, di fare uscire dalla fabbrica 7 macchinari.
I lavoratori bloccarono i cancelli e la fabbrica o meglio, dimostrarono nei fatti, autogestendola, che contrariamente a quanto sostenuto dal Genta vi erano commesse e materiali per continuare la produzione: la chiusura e la messa in liquidazione della fabbrica non avevano giustificazione alcuna. Il 4 agosto del 2009 gli operai, al fine di continuare a salvaguardare il loro posto di lavoro, intrapresero un’azione di protesta clamorosa: quattro di loro salirono sul carroponte dell’azienda e sopesi nel vuoto a un altezza di 12 metri vi rimasere per 7 giorni.
I giornali e le televisioni ne parlarono sino a che il prefetto e anche il Comune di Milano furono costretti a intervenire. Il comportamento del Genta non aveva alcuna giustificazione e quello degli operai stavano diventando un cattivo esempio: altri avrebbero potuto imitarli! Si fece avanti un compratore: Attilio Camozzi, industriale bresciano del ramo. Egli era ingolosito e dalle potenzialità dell’azienda – i suoi macchinari – e dalla professionalità dei suoi dipendenti – avevano saputo autogestirla – e dalla possibilità di spuntare un accordo assai vantaggioso grazie all’interessamento del prefetto e del Comune e alla loro futura riconoscenza.
L’accordo fu presto raggiunto in prefettura. Attilio Camozzi si impegnò ad acquistare sia l’attività produttiva della INNSE con macchinari annessi – 27, compresi i 7 che Silvano Genta aveva tentato di fare uscire dall’azienda – sia la proprietà dei terreni su cui l’INNSE insisteva, allora di proprietà della Società Aedes che – detto per inciso – era anche proprietaria dell’area ex Innocenti e con il Comune aveva fatto già grossi affari ottenendo di edificare una parte di quell’immensa area senza per altro porre mano agli impegni che gli derivavano dagli oneri di urbanizzazione. Ma non solo. Attilio Camozzi, felice come una pasqua, fece inserire nell’accordo una clausola che impegnava l’azienda di cui era a capo a mantenere e sviluppare l’insediamento produttivo sino al 2025.
Tale mossa fu talmente gradita che, come aveva previsto, il Comune, per non essere da meno, negli anni successivi a cortesia rispose con altrettanta cortesia: si impegnò perché all’INNSE del Gruppo Camozzi divenisse proprietaria del terreno di circa 14.000 mq. adiacente ai capannoni – contrariamente a quanto stabilito dal Piano del governo del territorio – che stabiliva come quel terreno doveva diventare spazio verde a beneficio dei residenti del quartiere Rubattino.
Ma poi la storia prese la solita piega dell’italietta nostra. Spenti i riflettori, il Gruppo Camozzi e Aedes hanno innalzano il solito refren: chiagne e fotti mentre la politica ha ricominciato ad affacendarsi in tutt’altre faccende così da disattendere il suo ruolo di garante.
Il Gruppo Camozzi da un lato ha lamentare l’impossibilità di fare investimenti se non otteneva la piena proprietà dei terreno su cui insistevano i capannoni dove si svolgeva l’attività produttiva. E così gli 8 milioni di investimenti promessi e l’aumento della forza lavorativa sono rimasti sulla carta.
L’Aedes proprietaria dei terreni, anche se si era impegnata a cederli entro il 2010 addusse che, a causa della crisi economica, non poteva onorare l’impegno assunto nei termini stabiliti: su quei terreni gravava un’ipoteca: lo onorò nel 2015.
Ancora in vita Achille Camozzi cercò nuove vie che altra non erano se non tentare di modificare la clausola che lui stesso aveva fatto mettere nel patto sottoscritto nel 2009, in prefettura. In pratica conosciuti alcuni docenti del Politecnico si era lasciato convincere che su una parte dello stabilimento avrebbe potuto insediare delle start-up innovative e sulla parte restante poteva elaborare un piano di rilancio aziendale.
La divisione della fabbrica nella versione prospettata ai rappresentanti sindacali era di dividere il capannone con un telo di plastica!
Il 2 ottobre 2015 Attilio Camozzi muore. Alla guida del gruppo subentra il figlio Lodovico che trova sponda nel Comune per portare avanti l’idea del padre.
Infatti il Comune, in data 9 novembre 2015, convoca i delegati sindacali perchè incontrino l’azienda. I lavoratori vanno all’incontro. Ma per nulla affascinati dalle novità prospettate loro fanno presente che la proposta non era in linea con quanto sottoscritto dall’azienda nel 2009. Pertanto il confronto con l’azienda sarebbe avvenuto solo se quest’ultima rimuoveva la pregiudiziale del ridotto o meglio diverso utilizzo della struttura aziendale esistente. Nell’occasione facero altresì presente, a chi li aveva convocati, che contrariamente all’impegno aziendale di aumentare il numero delle maestranze queste erano diminuite.
Il 18 gennaio 2016 Ludovico Comozzi richiede e ottiene con decreto direttoriale del Ministero del Lavoro del 15 giugno 2016, pur in assenza di un accordo sindacale, di mettere xx lavoratori su xx ancora a libro paga nello stabilimento di via Rubattino, in Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria (CIGS).
E nel farlo procede con disprezzo nei loro confronti.Chi non è riesce a raggiungere tramite telefono quando si presenta ai cancelli della fabbrica apprende dalla guardia che presidiava la portineria che erano sospesi dal lavoro.
Per un anno xx lavoratori hanno dovuto vivere con le loro famiglie con 900 euro al mese.
La politica degli annunci non ci è mai piaciuta. Ma questa volta facciamo uno strappo alla regola e riportiamo la dichiarazione fatta da Caterina Antola, Presidente del Municipio 3, al quotidiano il Giorno, del 31 luglio u. s.,. Nell’occasione Caterina Antola ha detto che, dopo le verifiche tecniche relative alla sua realizzabilità, il posto macchina dinanzi al Municipio, riservato ai Consiglieri, verrà sostituito da una rastrelliera per biciclette: la delibera è pronta.
Questo gesto ci pare un atto dovuto nei confronti di tutti i cittadino che, dovendosi recare negli uffici dell’anagrafe, o volendo seguire una commissione o un Consiglio, hanno dovuto sempre, da quando vi sono la sede in via Sansovino 9 e le strisce blu, sobbarcarsi l’onere di pagare il parcheggio per l’auto o rischiare una multa (mai trovato posto se non quando in viale Abruzzi vi erano i lavori).
Caterina gira in bici, perché è giovane e non ha ancora i polmoni rovinati dal fumo o dallo smog, e fa bene: ben venga la rastrelliera. Ma non è mica da questi particolari che si giudica un presidente.
Piazza Leonardo Da Vinci ore 21.30
Usa, 2015, regia di Ridley Scott, con Matt Damon, Jessica Chastain, Jeff Daniels, Kate Mara e Sean Bean, durata 141 minuti.
Introduzione di Pieluigi Di Lizia, docente Impianti e Sistemi Aerospaziali.
Il film tratto dal romanzo L’uomo di Marte* di Andy Weir ha come protagonista l’astronauta/botanico Mark Watney, interpretato da Matt Damon, che erroneamente durante una tempesta di sabbia viene dato erroneamente per morto, viene lasciato dal capitano Lewis su Marte.
Mark Watney affronta indicibili difficoltà per cercare di sopravvivere mentre il capitano Lewis e la Nasa tentano di recuperarlo e portalo a casa.
Il film ha, altre a Mark Watney, un altro protagonista; Marte, che viene visto nella sua cruda realtà di pianeta estremamente inospitale, quasi come l’antitesi della vita.
Vincitore del Golden Globe per il Miglior Attore Protagonista e il Miglior Film.
Per seguire la proiezione è gradita l’iscrizione al link https://calendario.eventi.polimi.it/iscrizioni.php?id_evento=1896&lan
___________ Presso la biblioteca Venezia è possibile prendere in prestito il libro L’uomo di Marte / Andy Weir. – Roma : Newton Compton, 2014. – 380 p. : ill. ; 24 cm. (Traduzione dall’inglese di Tullio Dobner. )