15 novembre IL SENSO COMUNE E LE PANTERE GRIGIE*

Sfidando il senso comune i lavoratori della INNSE continuano a rivendicare i loro diritti.

Anche oggi, come il 13 settembre scorso, davanti ai cancelli della INNSE di via Rubattino, arrivano alla spicciolata gli operai che presidiano la fabbrica dal 6 marzo scorso; quelli che sono stati di nuovo messi in cassa integrazione e quelli che aspettano le 8.00 per entrare a lavorare.
Parlano di come è andata l’udienza in tribunale che vedeva contrapposti Vincenzo Acerenza, operaio elettricista, e la INNSE che lo ha licenziamento il 4 marzo, 3 giorni dopo che formalmente aveva ripreso il lavoro, dopo 1 anno di CIGS.
Il dibattimento è proseguito con l’escursione dei testimoni portati dalle parti. Costoro erano chiamati a illustrare al giudice quale era la professionalità dell’Acerenza considerato che l’azienda aveva sostenuto, a motivo del suo licenziamento, che non era adeguata alla tecnologia delle macchine in azienda.
I testimoni, portati dall’Acerenza, hanno detto che egli svolgeva la sua mansione intervenendo sulle macchine alla bisogna; valutando se il malfunzionamento dipendeva da problemi elettrici o informatici; rimediando ai primi o, come era prassi aziendale, chiamando una ditta esterna, se dipendevano dai secondi.
I testimoni portati dall’azienda non hanno fornito una versione univoca: il sig. Ventura, che ancora lavora in azienda, ha teso a sminuire la professionalità dell’Acerenza al punto da farlo risultare capace di avvitare solo una lampadina; il sig. Riviezzo, ex direttore di stabilimento, ha testimoniato che l’Acerenza, operaio elettricista, era persona idonea a svolgere quella mansione.
Il dibattito è durato più di due ore e il giudice ha aggiornato le parti al 21 dicembre prossimo. Singolare coincidenza.
In quella data è fissata anche l’udienza stabilita dal tribunale che vede Massimo Merlo, anch’egli licenziato dalla INNSE il 4 marzo u. s., impugnare la sentenza emessa dal giudice del tribunale di Milano che pur dichiarando illegittimo e ingiustificato il suo licenziamento non ha disposto il suo reintegro ma ha condannato l’azienda a pagargli 20 mensilità e le spese del processo.
Da ultimo. Un altro giudice del tribunale di Milano ha fissato per il 9 gennaio 2018 la data dell’udienza che vede un terzo lavoratore della INNSE, Dario Comotti, licenziato il 4 marzo, impugnare la sentenza nella quale la INNSE veniva sì condannata, perché lo aveva licenziato illegittimamente e doveva pagargli una somma come indennizzo, ma non lo reintegrava.
Secondo il senso comune pareva, anche a noi, temerario che il Merlo e il Comotti ricorressero innanzi allo stesso giudice, perché così è la prassi, che aveva pronunciato la sentenza di condanna nei confronti dell’azienda e li aveva indennizzati economicamente.
Ma forse è il senso comune che ha ridotto quest’Italia a quel che è.
L’ha ridotta ad accettare regole scritte a favore di alcuni e a danno di molti si da portarci ad accettare passivamente che i nostri figli siano precari a vita; che i genitori debbono lavorare sempre più a lungo; che non esistano più le feste comandate o le domeniche (laiche: allo stadio o credenti: in chiesa).
E allora: viva i temerari, romantici inguaribili, operai della INNSE che non mercificano la loro uscita dal mondo del lavoro. Avrebbero preso un bel gruzzoletto e, per il senso comune, dovevano prenderlo e farsi un segno della croce. Ma, se vogliamo mercificare, era pur sempre nulla rispetto alle buonuscite di un Ventura (CT della Nazionale) o di un Cattaneo (Telecom) che di soldi ne hanno presi quanto le nostre vite messe insieme.

P. S. Tutte le informazioni sulla vicenda INNSE le potete leggere al seguente INNSE via Rubattino che riporta una cronologia: dal 2006 ad oggi.
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* Vincenzo Acerenza 68 anni
Massimo Merlo 62 anni (a breve)
Dario Comotti 58 anni

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