IL MONDO DEI ROBOT INVENTATO da Andrea Locci
Mostra
a cura Miroslawa Hajek

Spazio Tadini
via Niccolò Jommelli, 24

Aperta da martedì al sabato dalle 15.30 alle 19

robot-family
Il nome robot lo ha coniato per primo lo scrittore ceco Karel Capek. La parola deriva dal termine ceco robota che significa corvè, lavoro pesante.
I robot di Andrea Locci sembrano una sintesi tra i ricordi dei primi automi apparsi nella storia, come per esempio i Golem il rabbino Jehuda Löw, e le fantasie contemporanee di robot che si compongono e scompongono e riescono ad auto ripararsi con tutto quello che capita loro sotto mano.
Da anni Andrea Locci, cumula tutto quello che ha una storia da raccontare, migliaia di oggetti di uso quotidiano, buttati, dimenticati. Li assembla e ridà loro vita e senso. Il suo lavoro è fatto di un universo benevolo, fantascientifico, nel quale gli eserciti di robottini sbarcano tra noi e creano città utopiche. La sua capacità creativa combina le forme recuperate insieme a quelle concepite dalla sua fantasia e riesce a trasportarci nel suo mondo immaginario.

Biografia

Andrea Locci, (Busto Arsizio 05 – 04 -1970) Dopo il Liceo Artistico e gli studi di grafica si trasferisce nell’Appennino tosco emiliano e inizia una esperienza di vita comunitaria, legata alla ruralità e alla idea di potere vivere in autosufficienza, tramite l’agricoltura e l’artigianato.
Nel 2000 decide di stabilirsi a Calci dove mette le radici. Attualmente divide la sua vita tra il lavoro artistico e la vita in campagna “coltivando” la consapevolezza che il rapporto con la natura colma l’altra sua metà che altrimenti non troverebbe equilibrio.

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spaziamodalle ore 15.00 alle ore 19.00
riapre
Centro Aggregazione Giovanile, via Pini, 1
Il centro offre ai giovani dagli 11 ai 18 anni, aiuto allo studio, attività sportive, educazione sanitaria, arti circensi, hip-hop, parkour, fumetto, e cineforum e….

Inaugurazione venerdì 4 aprile ore 16.00

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alla cortese attenzione del:
dott. Parise Stefano,  della Direzione Centrale Cultura settore Biblioteche di Milano
e p.c. all’assessore Filippo Del Corno, assessore alla Cultura del Comune di Milano
al sindaco di Milano, Giuliano Pisapia.

In data 24 e 25 marzo u.s. la biblioteca è rimasta chiusa per pulizie. Nell’occasione avevamo auspicato che, tra i lavori nella biblioteca, fossero previsti anche il ripristino dell’uso dei servizi igienici. L’ennesima emergenza creatasi alcuni giorni prima, al piano seminterrato, è stata momentaneamente risolta. Quanto al resto: nulla è cambiato.
Sabato pomeriggio u.s. alle 18 era previsto, nell’ambito dei festeggiamenti dei 5 anni di attività della biblioteca,l’intervento delle autorità. Ingenuamente abbiamo pensato a Voi ma nessuno si è fatto vedere. (Inutile infierire sui componenti del CDZ3).
A onore del vero, per quanto a noi consti, solo il dott. Stefano Parise, essendo anche presidente dell’AIB (Associazione Italiana Biblioteche), aveva anticipato la propria indisponibilità a essere presente perché doveva presenziare alla riapertura della biblioteca Teresiana, a Mantova, chiusa dal 1996 per lavori di restauro. Argomento un po’ debole considerato che la calendarizzazione della apertura della Teresiana era già nota dal febbraio u.s. e anche in considerazione del fatto che i festeggiamenti della Biblioteca Valvassori Peroni sono stati calendarizzati dopo e, comunque, si sono protratti dal 21 al 30 marzo.
Ma il disinteresse del dott. Stefano Parise è stato pari a quello del suo assessore: Filippo Del Corno. Non sappiamo in quali faccende è stato affaccendato dal 21 al 30 marzo, di certo non lo abbiamo visto, né in figura né in pittura.
Eppure un spunto a una sua benevola “comparsata” l’avrebbe potuta anche avere ricavandone il pretesto dal ricco programma proposto. Quale ultima speme avrebbe potuto presenziare domenica,  al concerto della Banda della Polizia Locale. Avrebbe potuto unire l’utile al dilettevole e, quale compositore attivo, avrebbe potuto donare un pezzo alla banda perché lo eseguisse nell’occasione. Ma così non è stato: ne parole ne musica.
Quanto al sindaco Pisapia sappiamo quanto sia indaffarato nella buona riuscita dell’EXPO e quanto sia preso a inaugurare giardini con lapidi: ogni tanto c’è capitato di vederlo in Zona. Ma evidentemente: no lapide no Pisapia.
Eppure a lor signori un argomento lo avremmo voluto sollevare. Lo abbiamo già anticipato: quando i servizi igienici della biblioteca torneranno nella piena disponibilità dell’utenza considerato l’elevato numero di presenze registrate ogni giorno? (Per via dei servizi igienici scarsi già si sono manifestati episodi di incontinenza!).
In tutta evidenza la questione pratica sollevata non è di poco conto e sarebbe temerario da parte vostra argomentare la mancanza di fondi.
Nel mese scorso l’ex direttore della Direzione Centrale Cultura settore Biblioteche di Milano è apparso in biblioteca. Nostalgia? No. Era venuto come accompagnatore di una delegazione di bibliotecarie di Miami Beach e di Parigi e gli era stato assegnato come autista un bibliotecario della biblioteca Crescenzago. Quando si dice la parsimoniosa oculatezza della amministrazione meneghina e la flessibilità del personale! Ma una domanda sorge spontanea: il pensionato  oltre a scomodare se stesso e i bibliotecari fa tutto questo a titolo gratuito o, data la sua alta professionalità, viene pagato perché nella pubblica amministrazione, ad un certo livello, niente si butta e tutti sono riciclati?
Pertanto formuliamo in forma scritta, a nome degli utenti abituali e occasionali della biblioteca, in nome di una Milano più civile, la richiesta di avere risposte concrete a quanto esposto.
Cordialmente
Redazione TWB

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Presso Il Ruolo Terapeutico
via Giovanni Milani, 12
avrà inizio un ciclo di
Incontri di Lettura
con Paolo Speri

 

Il libro al centro del primo incontro è
Primavera di Bellezza
di Beppe Fenoglio

 

Gli incontri sono gratuiti. Per prenotarsi tel. 0270636457, fax 022666430, e-maililruoloterapeutico@fastwebnet.it.

* Il gruppo de Il Ruolo Terapeutico è nato nel 1972, per gestire la rivista quadrimestrale Il Ruolo Terapeutico. L’obiettivo sempre perseguito è stato quello di portare la cultura e la pratica psicoanalitica nei luoghi deputati ad affrontare la sofferenza psichica e relazionale delle persone.
Nel 1979 il gruppo si è costituito in Associazione senza fini di lucro, i cui scopi statutari sono rivolti alla ricerca psicoanalitica, alla formazione professionale degli operatori e all’erogazione di prestazioni psicoterapeutiche alle persone.

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2 – 12 aprile BAGAGLIO A MANO

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Alcune delle opere esposte Momenti del giorno dell’inaugurazione

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il-sognowDalle ore 18 alle ore 19.30
al primo piano della biblioteca

Si riunisce il Gruppo di lettura Via col libro
per parlare del libro di

Doris Lessig
Il sogno più dolce

 

 

 

Di seguito riportiamo alcune schegge del libro

A CASA LENNOX: JULIA E TILLY-SYLVIA

Il pallido sole di novembre filtrava nella stanza di fronte a loro, dove una figura esile e diritta con un’aureola di capelli chiari, avvolta in un indumento rosa di foggia antiquata – una veste da camera? – era appollaiata su un alto sgabello. Se Philip avesse posato gli occhi su quella visione come sarebbe stato facile convincerlo che quella era la piccola Julia, il suo amore di un tempo. Sul letto, infagottata nella sua copertina da neonato, Tilly era sostenuta dai cuscini, e guardava la vecchia col suo sguardo fisso.
“No,” la voce di Julia era precisa e distaccata, “no, tu non ti chiami Tilly. E’ un nome molto stupido. Qual è il tuo vero nome?”
“Sylvia” disse la ragazza, con la sua pronuncia blesa.
“E allora perché dici che ti chiami Tilly?”
“Quando ero piccola non riuscivo a dire Sylvia, e così dicevo Tilly.” Erano più parole di quante gliene avessero sentite pronunciare tutte insieme da quando era arrivata.
“Benissimo. Io invece ti chiamerò Sylvia.”
Julia teneva in mano un tazzone di qualcosa con dentro un cucchiaio. Adesso con grande eleganza e destrezza, fece in modo che una quantità adeguata del contenuto del tazzone – si sentiva un odore di zuppa – riempisse in cucchiaio, poi lo accostò alle labbra di Tilly, o Sylvia. Che erano ermeticamente chiuse.
“Senti, ascoltami bene. Non lascerò che tu ti uccida solo perché sei una sciocca. Non te lo permetterò. E adesso apri la bocca e mangia.”
Le labbra esangui tremarono un attimo, ma si aprirono, e per tutto il tempo la ragazza fissò Julia, come ipnotizzata. Il cucchiaio fu inserito, e il contenuto scomparve. Gli spettatori aspettarono, senza fiato, per vedere se c’era un movimento di deglutizione. Ci fu.
Frances chinò gli occhi su suo figlio e vide che stava deglutendo anche lui, in sintonia. […]
Gli osservatori quasi non osavano respirare, perché quello era un momento critico, era chiaro. E se Tilly-Sylvia avesse rifiutato la tazza con la zuppa vivificante, e si fosse di nuovo infilata il pollice in bocca? E se avesse stretto ermeticamente le labbra? Julia premeva la tazza contro la mano che non era aggrappata alla copertina. “Prendila.” La mano tremò, ma si aprì.

CUCINA DEI LENNOX: IL “COMPAGNO” JOHNNY

“A quanto pare la vocazione di Frances è più che altro quella di dare consigli sui problemi familiari” disse Johnny, e, per chiuderla una volta per tutte con quelle sciocchezze, alzò la voce, rivolgendosi ai ragazzi: “Voi siete una generazione fortunata” disse. “Costruite un mondo nuovo, voi giovani compagni. Voi avete la capacità di vedere oltre tutte le vecchie mistificazioni, le bugie, le illusioni… voi potrete ribaltare il passato, distruggerlo, ricostruire tutto… questo paese ha due aspetti essenziali. Da una parte è ricco, con un’infrastruttura solida e radicata, mentre dall’altra è pieno di ottusità e di conservatorismo. Sarà questo il problema. Il vostro problema. Io vedo già l’Inghilterra del futuro, libera, ricca, quando la povertà sarà scomparsa e l’ingiustizia sarà solo un ricordo…”
Andò avanti così per un po’, ripetendo quelle esortazioni che risuonavano come promesse. […]
Tutte quelle giovani facce, quei giovani occhi splendevano, adoranti, affascinati da lui e da quello che stava dicendo. Jonnhy era nel suo elemento, assorbiva la loro ammirazione. Eccolo lì, nella posa di Lenin, una mano puntata avanti verso il futuro, e l’altra stretta a pugno sul cuore.
“E’ un grand’uomo” concluse a voce bassa, con reverenza, fissandoli severi. “Fidel è davvero un grand’uomo. Ci sta guidando tutti verso il futuro.”

IN UN ALBERGO DI CAMPAGNA: FRANCES E HAROLD (UN VECCHIO “COMPAGNO”)

“Oh, Frances, non so se tu hai mai avuto un sogno che non ti saresti mai sognata di poter realizzare… ecco, per me quel sogno si è realizzato stanotte”.
Lei stava pensando a se stessa allora, appesantita, preoccupata, con i bambini piccoli sempre attaccati, sempre addosso, che la afferravano, si arrampicavano su di lei, litigando per sedersi sulle sue ginocchia. “Chissà cosa vedevi in me, vorrei proprio saperlo.”
Lui rimase zitto per un momento. “Era tutto quanto. Johnny, allora lui era un eroe per me. E tu eri la moglie di Johnny. Eravate una coppia incredibile, io vi invidiavo, invidiavo Johnny.
Quello che aveva ascoltato non gli piaceva, no, non gli piaceva affatto, e lei rimase lì sdraiata in silenzio al suo fianco, ancora abbastanza in simbiosi con lui per sentirsi ferita, perché così si sentiva lui. “E i bambini… io non avevo ancora avuto figli. Volevo essere come voi.”
“Come Johnny.”
“Non posso spiegarti. Voi per me eravate come una specie di… Sacra Famiglia” rise e si tirò su sventolando le gambe, poi si sedette sul bordo del letto, stirando le braccia al chiarore lunare che entrava nella stanza e disse: “Tu eri meravigliosa. Calma… serena… niente sembrava turbarti. E io mi rendevo conto che Johnny non era esattamente la persona più facile… Guarda che non lo sto criticando.”
“Perché no? Io sì, invece.” Aveva davvero intenzione di distruggere questo sogno… no, non poteva. Oh, sì, sì che poteva. “Avevi idea di quanto io odiassi Johnny allora?”
“Be’, certo, capita a tutti di odiare le persone che amiamo, qualche volta. Jane… ogni tanto anche lei era una belle piaga.”
“Johnny era costantemente una piaga.”
“Johnny era un eroe!” […]
Ci fu un lungo silenzio assonnato: fuori era già giorno fatto, faceva caldo e il traffico era cominciato.
“Insomma, tutto questo per niente” disse lui alla fine. “Erano tutte… bugie e assurdità.” Sentì le lacrime nella sua voce. “Che spreco. Tutti quegli sforzi… tutta quella gente uccisa, per niente. Brava gente. Nessuno mi convincerà che non lo fosse.” Silenzio. “Non voglio certo vantarmene, ma ho fatto tanti di quei sacrifici per il Partito. E tutto per niente.” […]
E così rimasero sdraiati l’uno accanto all’altra, e se lui stava rinunciando ai suo sogni, e che sogni, che sogni dolci, lei pensava: che persona egoista sono, proprio come diceva sempre Johnny. Harold sta pensando al futuro dorato della razza umana, un futuro rinviato a tempo indeterminato, e io invece sto pensando a quello che ho chiuso fuori dalla mia vita. Il dolore che le provocava questo pensiero era insopportabile. Il peso dolce e caldo di un uomo che dormiva tra le sue braccia, la sua bocca sulla sua guancia, la pesantezza tenera dei testicoli nella sua mano, la sensazione deliziosa, scivolosa di…
“Scendiamo a fare colazione” disse lui. “Altrimenti credo che mi metterò a piangere.”

CASA LENNOX: FRANCES E IL SUO FIGLIO MINORE, COLIN

“Non è una questione personale” disse lui. “Ma ho riflettuto. E’ la tua generazione. Siete tutti voi.”
“Ah” disse Frances, sollevata che lui avesse scelto il terreno consueto dei principi astratti.
“Volete per forza salvare il mondo. Il paradiso sempre all’ordine del giorno.”
“Stai confondendo me con tuo padre.” Poi decise di attaccare anche lei. “Non ne posso più. Sono sempre chiamata in causa per le malefatte di Johnny.” Considerò il termine per un attimo. “Sì, le malefatte. Ormai possiamo anche permetterci di chiamarle così.”
“E quando non avremmo potuto permettercelo, scusa? E sai una cosa? Ho letto con i miei occhi sul Times quello che ha detto: sì, sono stati fatti degli errori.”
“Sì. Ma non sono stata io a commettere quelle malefatte, e nemmeno a giustificarle.”
“No, ma sei lo stesso una di quelli che vogliono salvare il mondo. Proprio come lui. Tutti voi lo siete. Che presunzione avete tutti quanti. Sai una cosa? Siete sicuramente la generazione più presuntuosa, più boriosa che sia mai esistita.” Continuava a sorridere: si stava godendo il suo attacco, ma allo stesso tempo si sentiva in colpa. “Johnny sempre a fare i suoi comizi e tu a riempire la casa di figli di nessuno.”

ST LUKE’S MISSION A KWADERE, ZIMLIA, AFRICA: SYLVIA

L’Africa, quell’Africa meravigliosa che la opprimeva con tutte le sue necessità, che aveva bisogno di tutto, e ovunque bianchi e neri che lavoravano tanto per… ma per cosa? Per mettere un piccolo cerotto su una vecchia ferita che non smetteva di sanguinare. Dopo tutto era questo che stava facendo anche lei, come tutti gli altri.
Sylvia aveva la sensazione che la parte più autentica di lei, la sua essenza, i fondamenti della sua fede, stessero scorrendo via in quel preciso momento. Un tramonto, il sole che calava come durante la stagione delle piogge… all’orizzonte infuocato, da una nuvola bassa e nera, esplodevano raggi densi, compatti, come le aste dorate che si irradiano intorno alla testa dei santi. Si sentiva sbeffeggiata, come se un ladro intelligente la stesse derubando di qualcosa, deridendola mentre lo faceva. Che cosa ci faceva lì? Stava davvero facendo del bene a quella gente? E soprattutto, dov’era quella fede innocente che l’aveva sostenuta quando era arrivata qui per la prima volta? In che cosa credeva davvero? In Dio, sì, avrebbe potuto rispondere così, a patto che nessuno si aspettasse da lei definizioni precise. Aveva subito una conversione con tutti i sintomi classici, come un attacco di malaria, e si era convertita alla fede: così la chiamava padre McGuire, ma lei sapeva che tutto era cominciato a causa dell’ascetico padre Jack, quando si era innamorata di lui, che se a quel tempo avrebbe giurato di amare Dio. Di tutta quella impavida certezza non era rimasto nulla, e lei ormai sapeva solo che doveva fare il suo dovere qui, in questo ospedale, perché il destino l’aveva condotta quaggiù.
Il suo stato mentale si poteva anche descrivere in termini clinici: ed era così che veniva descritto in centinaia di testi di carattere religioso. I medici della fede le avrebbero detto: non preoccuparti, non è niente, la stagione arida arriva per tutti.
Ma lei non aveva bisogno di specialisti dell’anima, non aveva bisogno di padre McGuire, poteva giungere da sola ad una diagnosi. E allora a che cosa le serviva una guida spirituale, visto che non aveva intenzione di interpellarla, conoscendo già la risposta?
Ma la vera domanda era questa: perché per padre McGuire sarebbe stato così semplice parlare di “stagione arida”, ma per lei equivaleva a una sentenza di autoscomunica? Quello che l’aveva portata alla conversione era un cuore affamato e bisognoso, e anche la rabbia, anche se fino a poco tempo prima non l’aveva mai ammesso.

KWADERE: SYLVIA E PADRE MCGUIRE

Sylvia, era chiaro, era sul punto di piangere, e il prete se ne rese conto. Si avvicinò a una credenza e tornò con due bicchieri e una bottiglia di buon whisky, che aveva portato lei da Londra. Ne versò una dose generosa per entrambi, le fece cenno con la testa e vuotò il bicchiere. […] Sylvia ne prese un sorso. “Spesso ho pensato che potrei benissimo diventare un’alcolizzata.”
“No Sylvia, non credo proprio.” […]
“Un altro giorno passato senza aver concluso niente” disse Sylvia. “Senza aver cambiato niente.”
“Ah, dunque anche tu dopo tutto fai parte di quelli che vogliono cambiare il mondo.”
Questa osservazione toccava un punto dolente. Le venne da pensare: forse ho assorbito tutte le sciocchezze di Johnny, e mi hanno rovinata per sempre. “Com’è possibile non volerlo cambiare?”
“Hai ragione, com’è possibile? Ma volerlo cambiare con le proprie mani… no, in questo c’è qualcosa di diabolico.”
“Chi potrebbe non essere d’accordo, dopo quello che abbiamo imparato?”
“E se tu l’hai davvero imparato, sei stata più brava della maggior parte degli uomini. Ma è un sogno troppo potente per risparmiare le sue vittime.”
“Padre, vuole dirmi che quando era giovane non è mai sceso in strada a urlare e a prendere a sassate gli inglesi?”
“Ti dimentichi che ero un ragazzo povero. Ero povero come alcuni degli abitanti di questo villaggio. C’era solo una via d’uscita per me. Ho sempre avuto una sola strada aperta. Non avevo scelta.”

CASA DI SORELLA MOLLY, ZIMLIA: SYLVIA

Sylvia era a letto, appoggiata ai cuscini, e assumeva le pozioni energetiche di sorella Molly, che in piedi accanto a lei sorrideva con le mani sui fianchi, e la guardava nutrirsi rivolgendole sguardi incoraggianti. […]
Era costretta a riflettere che, anche se nello Zimlia posti come Kwadere esistevano, ed erano troppi, forse le sue esperienze in un certo senso erano limitate, come quelle di chi non può nemmeno immaginare l’esistenza di villaggi simili a quello della St Luke’s Mission. In realtà c’erano scuole dove gli allievi imparavano qualcosa, dove c’erano almeno qualche quaderno e qualche libro, ospedali forniti di attrezzature e chirurghi e persino laboratori di ricerca. Era la sua natura ad averle fatto credere di essere in un posto di una povertà oltre ogni limite: adesso le era chiaro, come il fatto che era assurdo preoccuparsi tanto dei suoi diversi gradi di fede o della sua mancanza di fede.

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Spazio Tadini
Via Niccolò Jommelli, 24
Tel. 02.26 82 97 49

Mostra di ERNESTO TERLIZZI
Apologia della superficie
composta da 30 carte tutte realizzate nel corso del 2013
Inaugurazione Sabato 29 marzo 2014
ore 18,30 -21,00

La mostra è visitabile
dal martedì al sabato dalle 15,30/19,00 o su appuntamento

Sul fondo 2013 tecnica mista su carta china e cartone cm 45x65

Sul fondo 2013 tecnica mista su carta china e cartone cm 45×65

 

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