1 marzo ARCIPELAGOMILANO: DUE ARTICOLI

arcipelagomilanoSu internet viene pubblicata una rivista i cui contenuti “sono sul pezzo” anche se gli estensori indulgono, alle volte, in una ostentazione di sapere che male si adatta al mezzo elettronico e rischia di tramortire il lettore non aduso a tanta magniloquenza.
La rivista si chiama ArcipelagoMilano, è edita da 9 anni, l’abbiamo incontrata solo di recente e oggi due articoli di “attualità” ci hanno colpiti (per ora abbiamo letto solo quelli!) il primo è a cura di Elena Grandi (1) e l’altro è di Roberto Vanoli (2).

foto-bruzzese

(Foto A. Bruzzese)

Nel primo articolo si parla anche di scali ferroviari, questione di attualità per il ns. Municipio 3, che sabato ci propone, in collaborazione con FS Sistemi Urbani (sino a prova contraria quest’ultima ha ancora le chiavi), un sopralluogo allo scalo di Lambrate, aperto a tutti.
L’appuntamento è in via P. Saccardo, di fronte al civico 8. Ore: 11.00.
L’articolo è di particolare interesse anche perché diversamente da un questionario di due pagine, che il Municipio 3 ci propone/proporrà di compilare, si interroga su un tema che il questionario neppure adombra.
Al nocciolo l’articolo sostiene che … quando si parla di grandi modifiche urbanistiche, di investimenti in opere pubbliche, sempre entra in gioco il tema dell’intervento dei privati o quello della privatizzazione dei beni pubblici. Di conseguenza sono chiamati in causa meccanismi e relazioni che non attengono più solo alla sfera locale ma che competono, o che dovrebbero competere (e questo è il nodo della faccenda), laddove le Amministrazioni locali non disponessero degli strumenti necessari, allo Stato.
E … Per tornare al tema specifico degli Scali Ferroviari: non ha alcun senso che delle aree di proprietà comunali, cedute alle Ferrovie dello Stato per fini di pubblica utilità, una volta divenute obsolete e perciò sottoutilizzate dall’Ente che ne ha beneficiato, debbano essere riacquistate a caro prezzo da colui che ne è il legittimo proprietario, consentendo all’ex utilizzatore di trarne grande beneficio economico a discapito della qualità degli interventi. In questo meccanismo c’è un vizio che, se non risolto, diventerà un’arma a doppio taglio dagli effetti prevedibili: progettualità più modeste, massima attenzione ai tornaconti economici privati e, quindi, occasioni perdute.
... È inutile parlare di Città della Scienza, di Agenzia del Farmaco, di recupero di aree dismesse, di valorizzazione del sistema della rete idrica lombarda e di riapertura dei Navigli…, di nuovi poli universitari, se la città sarà lasciata sola, obbligata a cercare aiuto da quei privati che si approprieranno dei suoi beni.
… progetti molto vasti, diversificati e importanti, che riguardano aree pubbliche … per essere realizzati hanno bisogno di enormi investimenti economici e del supporto normativo, legislativo, oltre che finanziario, dello Stato.
Lo Stato crea le città metropolitane? Bene, lo Stato deve sostenerne la nascita e lo sviluppo. Lo Stato chiede ai governi locali sviluppo e trasformazioni urbanistiche? Lo Stato deve farsi carico di rendere possibile tale sviluppo, diventandone il facilitatore in primis e, se del caso, l’erogatore di finanziamenti.
… Bisogna (l’imperativo è ns) rivedere da capo le priorità di intervento e di sostegno da parte delle Stato con uno sguardo diverso da quello del coltivare gli interessi di lobby e di casta. Bisogna iniziare a pensare seriamente a cosa ci si riferisce quando si parla di bene comune e di beni pubblici.
Perché il vero tema è quello dei beni comuni, della necessità di individuare cosa possa essere dato in mano ai privati e cosa debba rimanere pubblico: cioè di tutti, delle città, dei cittadini, delle persone che ne usufruiscono…”

Il secondo articolo è stato redatto da Roberto Vanoli, del gruppo di cittadinanza attiva Che ne sarà di Città Studi, costituitosi un anno fa e noto, a chi bazzica facebook, perché gestisce, tra gli altri, un blog dal titolo Che ne sarà di Città Studi?
chewQui nel titolo siamo non già all’individuazione di una asimmetria tra poteri dove il Comune è partner debole per un deficit della politica dei partiti che si sono succeduti al governo della città e per un deficit dello Stato e di chi ha governato.
Qui siamo alla identificazione nella condotta della Giunta comunale di una acquiescenza e di un modus operandi che rema contro gli interessi dei cittadini.
Ma il limite delle conclusioni a cui pare giungere l’articolo sta nel credere che il progetto  Città Studi  Campus Sostenibile, promosso da Politecnico e Statale nel 2011, sia ancora percorribile nonostante i soggetti promotori abbiano in questi anni dimostrato nella pratica di averlo male inteso e peggio applicato.
E poiché alla fine l’articolo pone un’escalation di 4 domande  riteniamo che la soluzione più ragionevole sia quella che il Comune quale socio di Arexpo “debba usare il suo potere di interdizione per reperire da Regione e Governo (anche a titolo di compensazione) le risorse per un progetto di ”rilancio” di Città Studi”.

Rho-Pero e il post-expo – Comune, Regione e Governo – i tre soci di Arexpo – non sono riusciti in trent’anni a mettere in piedi un progetto di rilancio dell’area ex – industriale di Lambrate, malgrado la presenza dell’Università degli Studi. Ora, decidendo di dare credito al piano dell’ultimo rettore di questa importante istituzione, tenteranno l’espianto dell’Università dal nostro quartiere per re-impiantarla lontano dalla città, sperando di farle assumere là il ruolo che non hanno saputo darle qui.

Ai cittadini di Città Studi ‘gemellati a forza’ con Rho-Pero, l’assessore all’urbanistica fa sapere che la scelta del trasferimento non è stata del Comune: un’Università prestigiosa al centro di un quartiere popoloso in zona semi-centrale, viene spostata in blocco per la decisione di un rettore e il Comune subisce la decisione senza far nulla – e anzi, insieme ai suoi soci in Arexpo, si profonde in sforzi economici, concessioni edificatorie e dilazioni temporali di ogni genere per la riuscita dell’espianto. Questo atteggiamento del Comune ci pare singolare e richiede un approfondimento:

Città Studi Nel 2011, Politecnico di Milano e Università degli Studi elaborarono un progetto “Città Studi Campus Sostenibile”. Partendo dal presupposto che le Università giochino un ruolo decisivo per supportare politiche di sostenibilità e innovazione sul territorio, l’iniziativa si poneva nel solco delle più recenti e innovative sperimentazioni in atto in tutto il mondo: l’Università tende ad abbandonare la propria “torre d’avorio” e si apre alla città, non solo in modo figurato ma anche fisicamente, abbattendo barriere architettoniche e integrandosi con il tessuto urbano (è il concetto di ‘Università perno’, tema che ci è caro e al quale è dedicata la nostra rubrica di approfondimento Campus and the City).

Questa prospettiva è stata sconvolta dall’arrivo dei (tantissimi) fondi (promessi nota nostra) per il post expo: ora il campus sostenibile fautore di sviluppo per il quartiere è diventato nelle parole di Vago “molto più costoso” della soluzione trasferimento (ma i costi per il quartiere nel suo studio di fattibilità non sono conteggiati), l’allora rettore di Polimi Giovanni Azzone diventa il presidente di Arexpo, mentre il coordinatore di quel progetto, Alessandro Balducci, diventa il commissario in pectore che gestirà la pratica Città Studi per conto del Comune.

Certo stupisce questo cambio repentino da parte di illustri rappresentanti di Università pubbliche (“mi conviene: lo faccio, il quartiere non è un problema mio”), ma stupisce ancora di più la debolezza del Comune nel mettere in atto iniziative a difesa del suo quartiere: Il patto per Milano e il patto per la Lombardia, stipulati di recente dal Governo con Comune e Regione, non prevedono infatti alcuno stanziamento né compensazione per Città Studi…
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1) SCALI, CASERME, AREA EXPO, UNIVERSITÀ, NAVIGLI: BENI COMUNI O BENI PRIVATI?
L’assimmetria di potere: Comune partner ancora debole
2) CITTÀ STUDI E RHO-PERO: GEMELLATI A FORZA
Muoversi contro i cittadini nell’interesse di chi? 4 domande

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