21 gennaio 1945 CARMINELLI GILBERTO “Bill”

Carminelli Gilberto Bill. Nato a Milano il 18.10.1918. Residente in via Beato Angelico 3. Operaio dell’Olap (fabbrica del gruppo Siemens allora ubicata tra piazza Piola e piazza Leonardo da Vinci). Milita nella 116ª Brigata Garibaldi. A fine novembre ’44 i reparti nazifascisti concentrarono circa 1500 uomini e dettero inizio a un grande rastrellamento nelle valli ad occidente del Lario, con il fine di eliminare le formazioni partigiane presenti su quei monti.
Risalirono contemporaneamente la Valsolda, la Val Cavargna, la Val Rezzo e la Val Menaggio formando un semicerchio che aveva come centro Porlezza.
Sei partigiani, appartenenti al distaccamento “Umberto Quaino” della 52ª Brigata Garibaldi “Luigi Clerici” per sfuggire ai rastrellamenti, risalirono sull’Alpe Vecchio, e usarono come rifugio una piccola baita già parzialmente incendiata dai fascisti.
I sei componenti del gruppo erano:
Giuseppe Selva Falco, comandante del gruppo, nato a Cima il 1916:
Angelo Selva Puccio, nato a Cima il 1924;
Angelo Capra Russo nato a Zurigo il 1924:
Ennio Ferrari Carlino Filippo, segretario del Fronte della Gioventù, nato a Monza il 1927,
Livia Bianchi, nome di battaglia Franca, nata a Melara (Ro) il 1919;
Gilberto Carminelli .
Riuscirono a resistere sino a metà gennaio del 1945 in condizioni disumane. Infine, stremati, ridiscesero al paese di Cima (frazione di Porlezza) e si nascosero presso l’abitazione di un antifascista del luogo. Scoperti, vennero denunciati al Centro Antiribelli di Menaggio. Nella notte del 20 gennaio, la casa fu circondata e le Brigate Nere iniziarono una violenta sparatoria. I partigiani si difesero ma vennero indotti alla resa dallo scarseggiare delle munizioni e dalla falsa promessa di avere salva la vita. Catturati, benché uno di loro fosse ferito, vennero percossi spogliati e fatti incamminare a calci e pugni lungo il sentiero che porta al cimitero di Cima.
Allineati contro il muro di cinta furono fucilati.

Ne ricorda la memoria una lapide in via Spinoza 4

Largo-Rio-de-JANEIROw

Ne ricorda la memoria una lapide in Largo Rio de Janeiro 1

Come detto 21 gennaio 1945 tra i partigiani fucilati vi era Livia Bianchi. Figlia di braccianti poveri. Si sposò sedicenne con Bruno Bizzarri di Revere (Mn) da cui ebbe un figlio. Nel 1943, dopo che il marito era stato fatto prigioniero dagli alleati, priva di mezzi, raggiunse i genitori emigrati a Vercelli. Si spostò a Torino per trovare lavoro e qui ebbe i primi contatti con gli ambienti dell’antifascismo. Dopo l’8 settembre 1943, con il nome di battaglia di “Franca”, si unì al gruppo “Umberto Quaino” della 52ª Brigata Garibaldi “Luigi Clerici” con l’incarico di staffetta porta-ordini. Partecipò a molte operazioni nella zona di Como, per cui le sono state riconosciute due campagne di guerra: 1943 e 1944.
E’ stata insignita di medaglia d’oro al valor militare alla memoria. Così recita la motivazione dell’assegnazione della Medaglia: “Nel settembre 1943, accorreva con animo ardente nelle file dei partigiani, trasfondendo nei compagni di lotta il fuoco della sua fede purissima per la difesa del sacro suolo della Patria oppressa. Volontariamente si offriva per guidare in ardita ricognizione attraverso la impervia montagna una pattuglia che, scontratasi con un grosso reparto nemico impegnava dura lotta, cui essa, virilmente impugnando le armi, partecipava con leonino valore, fino ad esaurimento delle munizioni. Insieme ai compagni veniva catturata e sottoposta a interrogatori e sevizie, che non piegarono la loro fede. Condannati alla fucilazione lei veniva graziata, ma fieramente e rifiutava per essere unita ai compagni anche nel supremo sacrificio.
Cadde sotto il piombo nemico unendo il suo olocausto alle luminose tradizioni di patriottismo nei secoli fornite dalle donne d’Italia”.

Cima Valsolda, settembre 1943 – gennaio 1945.

La sua storia è stata ripresa anche in una mostra del 2011 intitolata Fumetti Resistenti (vd)

 

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