Come Maria Cristina Finucci cerca di aiutare il pianeta.
La Land art è stata ed è una forma d’arte contemporanea sorta alla fine degli anni ’60, negli Stati Uniti, caratterizzata da un intervento diretto dell’artista sulla natura e nella natura.
Le opere prodotte non erano finalizzate per essere confinate in un museo; erano per lo più effimere. Una copia di artisti tra i più ricordati, in Italia, è stata Christo e Jeanne-Claude (sua moglie): impacchettavano monumenti, palazzi e si sino spinti a impachettare con materiale plastico e corda isole o interi tratti di costa.
A decenni di distanza siamo al paradosso: la natura, complice l’uomo, ha realizzato isole di plastica, gergalmente definite Garbage Patch (1).
Gli artisti della Land Art campavano vendendo i loro progetti, le fotografie o i video delle loro realizzazioni. La natura per sopravvivere non può contare su eguali forme di sostegno. Le sue “opere” sono ignorate dalla critica d’arte in particolare e dalla stampa in generale perché per parlarne dovrebbero dire che la plastica abbandonata nel mare è esposta ai raggi del sole e subisce un processo di fotodegradazione; nel tempo la plastica si frammenta in particelle sempre più piccole che, sospese nell’acqua, divengono poco visibili: microscopiche.
Le analisi dell’acqua marina hanno evidenziato che fino a una profondità di 40 metri, sotto il livello del mare di quelle isole, per ogni particella di plankton ve ne sono 6 di plastica.
Le creature marine a causa della plastica abbandonata nei mari possono morire o intrappolate negli oggetti fatti di plastica o perché hanno ingerito tali oggetti.
Sotto le Gargabe Patch i pesci ingeriscono più plastica che nutrimento e questo, alla lunga, influirà sulla catena alimentare di qualsiasi essere che popola il pianeta.
Nonostante questo sull’argomento critici d’arte e giornalisti hanno adottato il detto “acqua in bocca” si da non scontentare chi da loro di che vivere: miopi!
I tentativi sino a ora fatti per rimuovere la plastica che forma le “isole” sono risultati velleitari e dannosi: non sono riusciti a evitare che insieme alla plastica venga rimosso anche il plankton. E in tutta evidenza l’eliminazione dei microorganismi insieme alla plastica crea un danno maggiore all’ecosistema marino.
La maggior parte degli oggetti che finiscono nel Garbage Patch sono oggetti che l’uomo usa anche una sola volta, per poi gettarli.
L’artista Maria Cristina Finucci da qualche anno ha posto il problema delle Garbage Patch al centro del suo discorso artistico e tenta di sensibilizzare il maggior numero di persone possibile attraverso le sue installazioni.
Una delle quali, denominata Vortice, altra più di 7 metri, formata da tappi di bottiglia colorati, è presente in via Folli 50, finanziata dalla Fondazione Bracco, all’interno della ex Bracco, visibile durante il periodo dell’EXPO.

VORTICE installazione di Maria Cristina Finucci. Installazione realizzata con tappi di plastica, alta più di 7 metri
Quali le soluzioni almeno per ridurre le Garbage Patch?
Il divieto di produrre oggetti di plastica usa e getta; un comportamento più responsabile da parte di ognuno.
1) Tali isole si sono formate e continuano a crescere alimentate dai rifiuti plastici che l’uomo quotidianamente abbandona nell’ambiente e che, quasi sempre, finiscono nel mare per poi essere trascinati dalle correnti e formare, negli oceani, delle isole di plastica la cui superficie complessiva è stimata in 16 milioni di km² (48 volte la superficie dell’Italia).