4 – 14 giugno LIBERI DI SOGNARE

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La mostra a Milano non è una prima assoluta: ha visto la luce un anno fa presso i locali dell’associazione Chiamamilano 30.
41OFQZ+0yZLLe immagini del fotografo ravennate Paolo Genovesi sono tratte dall’omonimo libro con testi di Marco Tarozzi.

Dalla prefazione del libro

Li chiamano “diversamente abili”. E, lasciatemelo dire, è una parola che non mi piace. La trovo nel tentativo di trovare un’espressione politicamente corretta al tempo stesso ipocrita e sleale, diciamo pure ingiusta. Perché in quel “diversamente” si nasconde un limite, come se una barriera netta separasse due categorie di persone: quelle che hanno due gambe, due braccia, due occhi insomma, tutto che funziona come natura ha voluto e sarebbero teoricamente in grado di fare qualunque cosa, da quelle che, per motivi vari, non hanno la stessa fortuna e, sempre teoricamente, sarebbero in grado di fare un po’ meno di qualunque cosa. Quel “diversamente”sottintende quasi un’inferiorità. Sì, abili, ma non come gli abili veri, quasi al mondo ci debbano essere abili di serie A e di serie B, come se l’abilità fosse una patente e avesse dei parametri prestabiliti. Avete mai sentito parlare di un falegname diversamente abile rispetto a un medico? Eppure il primo sa mettere mano laddove il secondo farebbe magari disastri e viceversa. Eppure ognuno è, appunto, abile a modo suo.

Ma il libro di Paolo Genovesi e Marco Tarozzi due cari amici di vecchia data, abili nei rispettivi campi quanto lo sono, nel loro, i personaggi che hanno qui raccontato attraverso immagini e storie meravigliose abbatte nel suo piccolo questa orribile barriera mentale e culturale, che nemmeno nel millennio dell’emancipazione e della globalizzazione siamo ancora riusciti a far cadere del tutto. Il titolo è la perfetta sintesi di che cosa ci accomuna tutti, abili di serie A e di serie B, di che cosa alla fine ci rende uguali nonostante le diversità: i sogni. I sogni ad occhi aperti, ovvio, che poi sono quelli consapevoli, cioè il propulsore della vita. Perché solo chi sogna è vivo. E più sogna, più lo è. E questi uomini e donne, semmai, sognano ancor più di chi non ha perso una gamba per un tumore o di chi ha lasciato un braccio sotto un camion o di chi, dall’oggi al domani, non è passato dalla meraviglia di luci e colori alla tristezza e allo sconforto del buio totale.

Paolo e Marco hanno scelto personaggi di sport perché questo è il loro raggio d’azione, ma anche perché forse lo sport aiuta a capire meglio come i limiti non siano preclusi davvero a nessuno. Del resto il record è l’essenza dello sport. E la caccia al record, per sua stessa costituzione, è la continua esplorazione di nuovi mondi, di nuovi traguardi, di nuove emozioni, di nuovi limiti appunto. Sono storie e immagini, queste, che lasciano di sasso, ma al tempo stesso non fanno rima con pietà o con compassione.

Su quei volti c’è il sorriso, in quegli sforzi ci sono lo stesso impegno e la stessa concentrazione degli atleti così li chiamano normodotati. E sul traguardo c’è la gioia per un successo o la delusione per una sconfitta, né più né meno come tutti: se proprio devono essere diversi nell’abilità a compiere un gesto atletico, che possano almeno godere delle stesse emozioni di tutti. Anzi, loro sanno emozionarsi ancor di più, anche per piccolissimi gesti, e ti aiutano a capire quanto di buono abbia da offrirti la vita, sempre, anche se qualcosa ti ha tolto. In certi racconti si legge addirittura che un terribile incidente ha dato un senso alla loro esistenza, oppure che le ha fatto prendere una strada meravigliosa altrimenti sconosciuta. O, ancora, che “poteva andare molto peggio”. E poter essere qui a raccontare come si è passati da un letto di morte al traguardo di una maratona spingendo a forza di braccia una sedia a rotelle, è stato uno stupendo viaggio dall’inferno al paradiso. Le loro storie diventano quindi un esempio, uno stimolo a cui attingere, a cui aggrapparsi in ogni momento: un modo tremendamente efficace per far capire che cosa c’è dietro a un infinitesimo progresso, a un esercizio che noi consideriamo elementare quando invece è come una montagna himalayana da scalare senza bombole.

Questi ragazzi scendono da pendii innevati su una gamba sola, giocano a tennis su una sedia a rotelle, pilotano ultraleggeri anche se hanno perso l’uso delle gambe. E chi non ha mai visto figuriamoci mai provato non può rendersi realmente conto di che cosa voglia dire, di quanta fatica richieda ogni loro passo.

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